Quattro passi con Analogue Systems French Connection

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Vintage

Gironzolando tra i corridoi dell’ultimo Musikmesse francofortino, insieme al prode Frankie Bellani, ci siamo imbattuti nelle riedizioni filologiche dei Trautonium e MixturTrautonium. Immediatamente, è nato un ritorno d’interesse per il tipo di controller lineare – un ribbon ante litteram, da un certo punto di vista – che permette notevoli comportamenti espressivi (a parto di dedicargli un discreto periodo di tempo); dal ribbon alle Ondes Martenot, il passo è stato breve e, dalle Ondes Martenot al French Connection targato Analogue Systems, il passo è stato ancora più breve.

 

di Enrico Cosimi

French Connection è un keyboard/ribbon/wire controller sviluppato da Analogue Systems sia per rinforzare le capacità espressive del modulare proprietario RS System, sia (nel 1995) per venire incontro alle necessità dei Radiohead, che dal vivo non volevano rischiare l’integrità delle Ondes Martenot di proprietà di Johnny Greenwood. Sia come sia, French Connection – ad un prezzo importante, ma non proibitivo – riunisce interessantissime funzionalità di controllo applicabili a qualsiasi struttura analogica che lavori negli standard 1 V/Oct per gli oscillatori e +5V per il Gate… praticamente, il 99,9% del mondo analogico attualmente in circolazione.

Cosa ha di particolare French Connection? Principalmente, la riscoperta dei due meccanismi d’intonazione e articolazione originalmente messi a punto da Maurice Martenot per il suo pionieristico strumento elettronico; negli Anni 30 dello scorso secolo, Martenot sviluppò un sistema di generazione sonora – rigorosamente monofonico e, in parte, ispirato alle precedenti esperienze di Theremin – che era controllabile dal musicista tanto in intonazione quanto nell’articolazione timbrica nota per nota.

Martenot heritage

L’intonazione era risolta tirando un filo (con rimando a molla) ancorato all’alberino di un potenziometro; in questo modo, l’oscillatore interno al circuito variava la sua frequenza con un infinito glissando proporzionale alla tensione che il musicista esercitava “aggrappandosi” al filo.

Il sistema, meccanicamente imprevedibile e visivamente assai poco attraente, venne successivamente migliorato installandolo – sotto  forma di loop chiuso – sotto ad una tastiera musicale non funzionante, ma con scopo di riferimento visivo: il filo, tenuto in tensione da due carrucole poste aile estremità della tastiera musicale, era chiuso a loop e, nella parte interna dello strumento, trascinava con il suo movimento lo stesso potenziometro di prima, ma questa volta lo spostamento lungo la tastiera era facilitato da un anello metallico in cui il musicista infilava il dito medio per centrare con precisione le intonazioni volute… spostandosi e atterrando sotto ai tasti della tastiera musicale. Con una certa pratica, era possibile fraseggiare intercalando lunghi glissandi a intonazioni precise. Sicuramente più precise di quanto non fosse possibile con il semplice Eterofono di Theremin on con io più complesso Trautonium di Trautwein.

L’articolazione dell’apparecchio era demandata ad un tastone di legno che, posto a sinistra sulla plancia di comando, apriva un amplificatore vero e proprio; in base alla velocità, cioè alla forza, con cui il musicista pigiava il tastone incernierato, la nota poteva assumere un andamento percussivo, staccato, letargico, progressivo, con tutte le possibili vie di mezzo. Inutile far notare come la coordinazione tra le due mani (la destra per l’intonazione, la sinistra per l’articolazione) fosse a dir poco fondamentale per la corretta riuscita del fraseggio medesimo.

 

 

In un periodo ancora successivo, le Ondes Martenot vennero ulteriormente perfezionate, consentendo al musicista di intonare le note desiderate tanto attraverso le ruban (cioè il filo con l’anello da trascinare), quanto attraverso la tastiera musicale vera e propria, finalmente resa funzionale. In aggiunta, le cinque ottave e mezza di estensione potevano essere fatte traslare longitudinalmente per realizzare vibrati e modulazioni con cui arricchire l’esecuzione. Quest’ultima tecnica, ritornerà solo molti anni dopo, sulla (piccola) mini tastiera superiore del grosso Yamaha GX-1…

 

Al dunque…

Con French Connection, l’intonazione si regola in due maniere: fraseggiando sulle quattro ottave sensibili alla dinamica o trascinando, anello compreso, il cordino in nylon nero che è teso sotto la tastiera; per facilitare l’intonazione, sotto al cordino c’è un listello in legno marcato con depressioni e punti sporgenti facilmente riconoscibili al tatto. Il cordino è reso mobile con due piccole carrucole che, a sinistra, impediscono l’accesso al Do basso: se fosse necessario raggiungere quella nota, dovrete suonare la tastiera regolare. La scelta di chi controlla l’intonazione è demandata ad uno switch posto sulla plancia sinistra dello strumento; allo stesso modo, si può optare per un triggering più “contemporaneo”, utilizzano le quattro ottave per l’intonazione e per la generazione del gate.

Volendo lavorare in maniera filologica, si può controllare l’articolazione con il grosso tastone dinamico in legno, con escursione 0-10V applicabile a qualsiasi VCA esterno; ricordiamo che French Connection non produce alcun suono, ma – come ogni controller che si rispetti – deve avere uno strumento su cui intervenire. Il joystick XY è dotato di regolazioni indipendenti per i range verticale e orizzontale.

Attenzione! Per sfruttare al massimo le potenzialità offerte da French Connection, avrete bisogno di un sistema analogico che prevede accesso al Gate (articolazione degli inviluppi), Pitch (intonazione degli oscillatori), Amplitude/VCA (per mettere in funzione il tastone in legno)… non tutte le macchine sono così aperte, non tutte le macchine prevedono l’emissione di segnale in assenza di gate.

Il gioco vale la candela. Buona visione.

 

 

 

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