Neuköln: se Atene piange, Sparta non ride…

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Neuköln

“Udite udite: Sabato 30 luglio le discoteche hanno scioperato! Per 5 minuti.” #Berlin

Parlare di GEMA in Germania significa toccare quel nervo scoperto del rapporto tra musicisti (e artisti), diritti d’autore ed enti statali.

di Simonquasar

Non si è esenti nemmeno qui da un organo simil-SIAE preposto alla protezione dei diritti di riproduzione meccanica ed esibizione musicale, ed in queste settimane la GEMA si ritrova in venti di burrasca a causa della proposta di tassare (“Il 10% ci sembra più che appropriato.” cit.) club e locali che propongono esibizioni di musica elettronica, tutto ciò in concomitanza di uno scandalo che ha portato alla luce come il 5% dei membri GEMA che  – secondo il sistema teutonico – fanno parte di quel 5% dei membri votanti, durante l’anno 2011 hanno incassato il 64,2% sul totale della vendita delle distribuzioni complessive.

Non voglio entrare ora nella discussione trita e ritrita che giá avviene a livello mediatico ed istituzionale in questi giorni (vedi: Google…) e che, peraltro, viaggia sotto molti aspetti in parallelo con la casistica SIAE in Italia, bensì mi sembra il momento giusto per riflettere su quello che nella – maggior parte dei casi – è il processo produttivo e distributivo che nasce su piattaforma elettronica.

La questione strutturale di base sta nel fatto che il mondo intorno alla musica da ballo elettronica (EDM – remember?) sia stato in questi anni abbastanza ignorato dalla GEMA, se non addirittura svantaggiato perché il sistema di raccolta dei dati per le prestazioni da parte della GEMA non rappresenta/non è compatibile con il sostrato EDM: il metodo in vigore prevede infatti una distribuzione di tipo commerciale che si appoggia su 120 cosiddette BlackBox (stazioni di acquisizione GEMA variamente distribuite sul suolo tedesco che effettuano costantemente indagini sui contenuti riprodotti) nonchè Playlist di emittenti radio e TV, esibizioni presso teatri e sale e, per finire, un’adeguata quantità monetaria da sborsare per deposizioni di tracce, album, eccetera per – infine – ottenere il titolo di musicista (o nel nostro caso, performer elettronico) con bollino GEMA appiccicato in fronte.

Questo sistema funziona per alcuni prodotti dell’industria musicale (hit radio, pop, RnB, musica neomelodica, ecc.) in quanto è loro obiettivo essere riprodotti in radio, televisione, discoteche e altri contesti culturali, ma se parliamo invece di Techno, IDM ed affini il discorso cambia un bel pò in quanto l’habitat nativo è distante anni luce da concetti commerciali e affonda le proprie radici in economie subculturali con propri sistemi di merito, oltreché essere questi generi dotati di specificità e istituzioni loro proprie: la Traccia, il DJ, il club.

Deve quindi essere chiaro come il panorama sia in realtà molto differente rispetto a quello della musica che nasce per la radio, o per la tv – e se è vero che ogni tanto alcune tracce Techno o Dubstep finiscono nel calderone mediatico o addirittura in discoteca (attenzione! non club: discoteca!*) non si possono negare le origini ed è doveroso ammettere che si tratta solo di casi isolati e, se recidivi, che si distaccano comunque dall’humus nativo.

L’EDM, in sostanza, si tratta spesso di un prodotto semilavorato, dove la traccia in sè non è un blocco unico et immutabile, bensì abbraccia l’idea di remix quanto è sposa dei liveset. I pezzi che escono dall’ambiente di Ableton per finire su Soundcloud o Youtube non vedono l’ora di venire mixati, estratti e deformati per finire all’interno di set di durate anche sovrumane… E’ un’idea quantica dalla quale, vogliate o no, non se ne scampa.

E’ quindi il contesto, formato sia dal club e dal suono che forma il carattere essenziale della cultura elettronica, non quindi un target come “105” o “Amici”.

Se vogliamo ora parlare di redistribuzione e di protezione del sacrosanto diritto d’autore bisogna prima calarsi all’interno di questo contesto ed adeguarsi ad esso.

Se la risposta 2.0 al copyright è stata Creative Commons, sappiamo tutti che per quanto riguarda la redistribuzione SIAE e GEMA stanno facendo acqua da tutte le parti, e tanto più grave è il problema quando il giudice è monopolico.

Ritornando quindi al problema rappresentativo di quel 5% dei membri elettori GEMA che coincidono con lo stesso 5% che incassa di più, la questione diventa ancora più acuta, perché il cerchio si è già chiuso su artisti tanto popolari quanto anacronistici per rappresentare lo stato della musica nel 2012.

Etichette e club versano importi forfettari per riempire questo buco sintagmatico, ma di fatto gli artisti, i producer ed affini non sono veramente tracciabili secondo il metodo GEMA, così come il loro apporto non è perfettamente quantificabile secondo la logica standardizzata che resta compatibile con la produzione di matrice degli anni ‘70 – ‘90.

E’ doveroso un aggiornamento, pena la lobbyizzazione dell’espressione artistica musicale da parte di musicisti-dinosauri che con espressioni sperimentali o meno come Techno & co. – permettetemi – non c’entrano un fico secco. (Ma salviamo Battiato!)

Per porre fine a questa situazione è necessario dare ai generi e artisti, se vogliamo di nicchia, della musica elettronica la possibilità di disporre di un proprio sistema di sviluppo e rappresentazione che si distribuisca sulla base di quei specifici media che a tutti gli effetti utilizza. Mettere sulla stessa base la produzione pop con quella delle sottoculture significa niente di meno che usare lo stesso peso per due misure differenti. E i mezzi ci sono: Mixcloud.com ad esempio è già in grado di riconoscere all’interno dei mix molte delle tracce componenti. Scrivere qui dei possibili modi e tecniche utilizzabili, mi sembra addirittura superfluo.

In un bellissimo articolo del Berlin Mitte Institut si pone in evidenza come (traduzione mia) un rapporto intimo e passionale con la musica dance elettronica, spesso legato al puro concetto ricreativo, sia una parte essenziale del producer così come per i fan. Ciò è profondamente radicato nella cultura della musica elettronica, così come gli stessi sentimenti di piacere e libertà sono al centro della pista. Non è quindi messa in luce l’idea di massimizzazione del profitto. Questo significa che entrambe le parti concorrono a generare un reddito sufficiente di sicurezza sociale con la realizzazione del desiderio di autodeterminazione artistica e passione allo stesso tempo. I soldi non sono altro che per gli artisti un modo per consentire una vita dignitosa e comunque per perseguire la libertà artistica delle proprie idee, il che non è in relazione con una qualsivoglia logica di accumulo.

Presa visione di ciò, il problema si aggrava con soluzioni inadeguate e la realtà dell’industria musicale adombra e ingloba quella delle subculture, ma ciò non è possibile.

Per ogni Deadmau5, Skrillex o Gigi D’Agostino in circolazione abbiamo di fatto milioni di altri artisti che non c’entrano nulla con il loro indotto produttivo: La struttura è differente – vogliamo forse continuare a versare acqua in un sacco di juta?

 

* metto in nota come la differenza tra Club e Discoteca in Germania sia molto marcata: i primi sono sì locali da ballo, ma mantengono – per quanto possibile – una sorta di “linea editoriale ed economica” così come un pubblico coerente tali da creare una sorta di contesto all’altezza della definizione di salotto musicale. Purtroppo in Italia non siamo ancora (?) arrivati a marcare una tale differenza, soprattutto nell’opinione pubblica e… c’è da lavorarci su!

Tags: , , ,

Trackback from your site.

Comments (5)

  • Lorenzo

    |

    Interessantissimo articolo.
    Mi fa capire, perlomeno, che la SIAE non è l’unica al mondo a non essere adatta al ruolo che dovrebbe svolgere (anche se da noi la cosa assume contorni quasi grotteschi) ma persino nella civilissima germania l’organo preposto non è al passo con i tempi.
    Magari si cominciano ad adeguare all’estero e, pian piano, il cambiamento arriverà anche qui da noi.

    Reply

  • simonquasar

    |

    In Italia, fino a qualche anno fa, esisteva Nettare.org che era una sorta di network tra/per netlabel… Secondo me si stava andando nella direzione giusta in termini di “stare al passo coi tempi”, peccato che il progetto sia affondato :(

    Reply

  • Nusa

    |

    Bell’articolo, non conoscevo questa situazione. Credo che sia vergognoso che in un paese come la Germania, una delle principali patrie della musica elettronica sin dalle prime sperimentazioni, non si sia ancora trovato uno strumento di regolarizzazione o, ancora peggio, ci sia ma non lo si voglia mettere in pratica perchè non rientra negli interessi dell’ente monopolizzante. Io sarei quasi tentata di lasciar perdere l’Italia, vista la situazione penosa generale del nostro paese, ma pensandoci meglio non è affatto detto che certe migliorie debbano iniziare per forza all’estero per poi essere adottate anche da noi; nel nostro paese esistono artisti su artisti bravi e neanche troppo sconosciuti ormai, diventati famosi con il creative commons i quali potrebbero vivere tranquillamente della loro musica se solo la legge prevedesse delle norme più flessibili; dovrebbero essere loro i primi a battersi per ottenere il giusto riconoscimento.

    Reply

    • Enrico Cosimi

      |

      dovunque rivolgi lo sguardo, c’è da rimanere perplessi… brrrrrrrr

      Reply

Leave a comment

Inserisci il numero mancante: *