Modartt Pianoteq 5: la nuova versione

Written by Attilio De Simone on . Posted in Software

Dopo circa a2 anni di sviluppo, Modartt è riuscita a perfezionare i modelli fisici che sono alla base del pluripremiato Pianoteq. Cosa c’è di nuovo nella versione 5?

Di Attilio De Simone

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Innanzitutto, il nuovo software garantisce un suono di pianoforte più chiaro e autentico, inoltre la ripresa del suono è salita ad un livello superiore di controllo grazie all’integrazione di microfoni direzionali e la scelta dei modelli di microfoni virtuali tra cui scegliere è aumentata.

Il lavoro di sviluppo ridefinisce molti modelli di pianoforte, tra cui il modello Grand Piano D4, il Blüthner Model 1, l’YC5 Rock Piano e il Piano Upright U4. Ma è soprattutto il modello Grand Piano K2 a cui i tecnici Modartt si sono dedicati completamente, sviluppando un modello che combina i migliori elementi di svariati pianoforti.

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Per la sezione dedicata ai pianoforti storici, in collaborazione con il Kremsegg Schloss Museus, è stata integrata una doppia collezione di strumenti, del 18’ e del 19’ secolo. La sezione Modartt dedicata agli strumenti storici è indispensabile per gli studiosi e gli appassionati della musica classica, interessati a scoprire le composizioni dedicate a strumenti “estinti” dopo la comparsa del pianoforte, che li ha resi obsoleti in breve tempo.

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La sezione dedicata ai microfoni e alla ripresa microfonica virtuali è molto interessante. Con i modelli fisici è possibile scegliere tra vari modelli di microfoni, quelli che riterremo più opportuni per l’esigenza e questo amplierà di molto le possibilità di colorazione del suono, determinate dalle differenti tecnologie impiegate per i diversi modelli di microfono. Inoltre è possibile posizionare e rotare e posizionare liberamente i microfoni intorno allo spazio di ripresa virtuale. Ulteriori controlli sono quelli dedicati alla polarità dei microfoni e alla prossimità dalla strumento. Il controllo è totale.

Pianoteq non offre solo suoni di pianoforte classico, la libreria è espandibile grazie ai moduli di pianoforte elettrico, clavinet, percussioni cromatiche.

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Inoltre Pianoteqq è disponibile in varie conigurazioni, in modo tale da poter garantire ad ogni fascia di esigenza e/o prezzo il pluripremiato suono di questo software.

Si parte dalla versione Pianoteq Stage, pensata per il pianista da palco, che offre lo stesso suono (e garantisce l’accesso a tutte le espansioni) delle versioni superiori, ma non consente la programmazione approfondita dei tanti parametri di controllo (in pratica abbiamo dei pianoforti e li dobbiamo suonare così come sono, senza avere il permesso di “mettere le mani dentro la cassa di armonica”).

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La versione superiore è la Standard, che garantisce la completezza della programmazione e ci permette di modificare tutti i parametri che determinano la personalità del suono.

La versione maggiore è la PRO, che offre la gestione di 29 parametri di ogni singola nota della tastiera per una personalizzazione “maniacale”. In aggiunta la versione PRO offre un supporto fino a 192 kHz, dedicata ai musicisti che amano lavorare a risoluzioni elevate.

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Qui, per ascoltare brani di esempio, scaricare e provare la versione demo del software o per ulteriori informazioni.

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Comments (10)

  • Antonio Antetomaso

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    Provata la DEMO. Passi da gigante rispetto anche alla versione 4. Finalmente i bassi che suonano come devono suonare. Una dinamica incredibile, mai sentita su nessun virtual instrument di pianoforte. ll piano che mi ha convinto di più è proprio il D4. Miglioramenti anche sul Rhodes…ma per la miseria non c’è verso di avere un Phaser sui pianoforti elettrici. Cinque versioni di Pianoteq e ancora propinano il Flanger sul Rhodes, roba da non credere….

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    • Attilio De Simone

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      Concordo su tutto. Tra qualche settimana ci sarà una mia recensione completa. Sui bassi hanno raggiunto un spessore e una profondità incredibili, la potenza di calcolo si fa sentire sulle basse frequenze però le cpu più vecchie vanno in sofferenza quando si suonano troppi bassi. Phaser e leslie sono delle gravi mancanze. Posso anche comprendere l’assenza del leslie (non è semplicissimo da programmare e se hai investito tutte le energie sui suoni di piano, puoi non avere tempo da dedicare al leslie) ma l’assenza del phaser è proprio inspiegabile. Belli il Rhodes e il Wurlitzer, mi sembrano migliori di altri software basati sulla sintesi virtuale per la generazione dei loro suoni. Con un computer del 2010 la cpu non va mai in affanno, anche con polifonie molto intense e ricche di lavoro di pedale non si supera mai il 30-40% di risorse e sulla ram l’impatto è praticamente nullo. Ormai le librerie di piano basate su campioni potrebbero cominciare ad essere obslete…..

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      • Antonio Antetomaso

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        Già, lo stesso Ivory II, da me tanto amato e ancora osannato comincia a vacillare se sottoposto ad un “head to head comparison”.
        Sui bassi continuo ancora a preferire lui, ma sulla dinamica, sulle medie e sul tocco non ci sono santi. E il fatto di avere tutto in 50 MB (33 per la versione STAGE) non ha prezzo.

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        • Attilio De Simone

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          L’esecuzione sarà sempre più raffinata con il Pianoteq. Alla fine i programmi basati sui campioni sono pur sempre limitati dai livelli di layer, che per quanto numerosi, restano comunque compresi all’interno di un numero finito, mentre con i modelli fisici questo limite non c’è. Ovviamente parliamo di dettagli, di sfumature chi si possono cogliere conoscendo a fondo lo strumento reale e dopo aver provato a lungo i prodotti in questione, ma la differenza c’è ed è bella evidente. Poi il fatto che la ram resti praticamente intatta e che la cpu lavori a basso impatto (oltre all’hard disk libero da svariato GB di campioni per piano) rappresentano altre frecce nell’arco di Pianoteq.

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  • Sun King

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    Questo tipo di approccio alla ricostruzione virtuale di un pianoforte porta in un vicolo cieco.
    E’ sbagliato partire dalla ricostruzione della singola nota del singolo tasto premuto che batte su più o meno corde.
    Si deve partire dalla ricostruzione inerziale del corpo dello strumento e dalla sua capacità e qualità massima di emissione sonora.
    Poi a scendere si “estrae” quello che il singolo tasto riesce ad eccitare nel contesto generale.
    Solo così si potrà riprodurre il pianoforte e tutti gli altri strumenti che hanno un corpo unico emettitore.
    Un passo decisamente in avanti questo Pianoteq 5 ma se non si cambia algoritmo credo che più di questo non si possa avere

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    • Enrico Cosimi

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      Se mi parli di strategia di modellazione da seguire, sono possibilista, anche se mi piacerebbe sentire qualcosa di altrettanto funzionale. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal funzionamento del Physis Piano sviluppato qui in Italia – spero abbia il successo commerciale che merita. Sull’idea di ricostruire “il corpo” dello strumento, ho qualche dubbio – ma non è il mio campo (lavoro con tecniche di sintesi più semplici) – di sicuro, se il funzionamento dello strumento acustico parte proiettando un martelletto contro una, due o tre corde, probabilmente quella è la strada per modellarlo in maniera funzionale 😉

      Tornando al Pianoteq, parlo da pianista classico, mi sembra molto soddisfacente, di sicuro più vero sotto le dita di quello che puoi ottenere ammassando inutilmente giga di campionamenti nelle varie sound libraries.

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    • Attilio De Simone

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      Onestamente, il risultato che si ottiene con Pianoteq 5 è il migliore che abbia mai sentito, soprattutto è strabiliante l’impatto molto contenuto sulla CPU. Le sfumature esecutive che si possono ottenere sono maggiori della migliore libreria di campioni e la ram resta intatta. Pianoteq (di cui sto scrivendo la recensione, pazientate ancora un poco) è uno strumento molto piacevole da suonare e offre un suono che si avvicina sempre di più al suono reale. Cosa sia giusto o sbagliato dal punto di vista tecnologico ha sempre un valore relativo, soprattutto perchè stiamo parlando di sintesi virtuale, in cui teoricamente qualsiasi strada teoricamente è possibile, ci sono tanti approcci differenti, ogni sviluppatore ha in mente la sua idea di suono e cerca la soluzione migliore per ottenere quel suono. Pianoteq guarda a quei musicisti che il pianoforte lo conoscono per davvero e in modo approfondito (i pianisti classici) e da loro sta ottenendo i migliori riscontri. Per ora Pianoteq rappresenta la soluzione più efficace per chi cerca un suono pianistico approfondito e ha bisogno di tutte quelle sfumature sonore ed esecutive contro cui si va a scontrare la tecnologia “concorrente” delle librerie di campioni. L’obiettivo raggiunto da Pianoteq era impensabile nemmeno dieci anni fa. C’era qualche tencnologia (come quella di AAS) che aveva tentato l’approccio, ma oggettivamente il peso sulla cpu era importante a fronte di un risultato assolutamente non fedele.

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  • Paolo Cocco

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    Provare la versione demo, sia pure con le sue mancanze, mi ha fatto pensare che le v4.x erano, non dico spazzatura, ma tanto tanto inferiori. Come piano pop/rock preferisco ancora il miei vecchi Steinway e Bösendorfer, nelle interpretazioni Synthogy e NI.
    Poi, considerando che sto mettendo in piedi un PC per le ormai poche cose live che faccio, ho comprato la versione Stage, che oltretutto non costa poi molto. Qualche adattamento per l’adattamento della dinamica alla sempre valida (beh, per lo meno come controller :) K2600 e poi tre ore di puro godimento. SI riesce a suonare ppp e direi anche pppp con una naturalezza che sugli strumenti PC-based a campioni. Forse ancora preferisco Ivory quando “si pesta”, ma voglio collaudarlo con calma. Perchè la fretta… il demo, si mi piace, lo compro, lo installo, lo integro al resto, provo un altro reverb (il suo non mi entusiasma) ma sul PC deputato ai live non ho nulla di buono. Installo SIR1 con un impulso che mi piace, e passo tre ore a suonare senza rendermi conto del tempo che passa. La “bruttezza” della vecchia versione, provata solo in demo, qui non c’è. Forse è la volta buona, o forse sarà la prossima. Ma già così non è niente male.

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    • Attilio De Simone

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      Paolo, credo che tu abbia sintetizzato al meglio la differenza che passa tra un ottimo strumento di lavoro e uno strumento che lascia il segno. Quando passi le ore su “qualcosa” (hardware o software non è importante) e non ti rendi conto del tempo che passa vuol dire che quel qualcosa sta lasciando il segno.

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  • Paolo Cocco

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    E continuo a passarci il tempo, anche se non ho ancora mandato in pensione i “gigabytes”

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