L’incubo del Data Entry

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Tutorial

Nei lontani Anni 80, quando i primi sintetizzatori polifonici economici iniziavano a popolare la terra, presso i produttori si diffuse come un fulmine la consapevolezza che era possibile risparmiare bei soldoni togliendo tutto dal pannello comandi e limitando l’accesso del musicista ad un singolo parametro alla volta, selezionabile in maniere diverse e, post selezione, modificabile nel suo valore numerico attraverso un adeguato sistema d’inserimento dati. Era nato il (deprecabile) Data Entry.

Di Enrico Cosimi

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Sviluppato in ambienti accademicamente blasonati (basterebbe pensare al primo Dartmouth Synthesizer, successivamente incarnato nel N.E.D. Synclavier…), il sistema del Data Entry consiste(va) in un meccanismo indirizzabile – un potenziometro, uno slider, un encoder, una coppia di tasti più e meno – con cui esprimere la propria volontà all’interno di una struttura di programmazione.

Contrariamente a quanto era possibile fare, ad esempio, sul pannello di un Korg PS-3100, dove ogni funzione corrispondeva ad un controllo fisico indipendente e simultaneamente utilizzabile, le successive architetture prevedevano una serie di ottimizzazioni funzionali:

  • organizzazione dei parametri di programmazione secondo una precisa mappa articolata per elenco di funzioni; ogni parametro è/era raggiungibile attraverso un preciso numero di riferimento (cutoff = parametro 20, resonance = parametro 21, env amount = parametro 22, eccetera…);
  • organizzazione dei valori parametrici secondo una standardizzazione di escursione pari a 0-63, oppure 0-99, o nel migliore dei casi 0-127;
  • impostazione del lavoro per coppie di valori; il musicista si posiziona(va) sul parametro desiderato passando in rassegna con il Data Entry la lista dei parametri disponibili e poi, premendo il prefisso “value”, inseriva il valore numerico richiesto utilizzando lo stesso Data Entry.

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In questo modo, una coppia di display numerici (a due cifre – da cui l’escursione massima 99 – o a tre cifre, per raggiungere l’escursione massima 127) e uno slider erano tutto quello che risultava necessario alla (faticosa) programmazione dell’apparecchio.

Basterebbe ripensare ad apparecchiature come la Yamaha DX-7, ma anche il Rhodes Chroma, per ricordare con esattezza l’impatto devastante che l’architettura Data Entry ha avuto sulla velocità di programmazione: specie con macchine complesse (ricordiamo che la già nominata DX-7 possedeva 144 parametri di pura programmazione timbrica a parte i parametri di settaggio globale…); in pratica, pur risparmiando significativamente sulla complessità costruttiva e sul prezzo finale della macchina, i produttori Anni 80 obbligarono i musicisti del periodo a un percorso tortuoso e oggettivamente molto scomodo.

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Purtroppo, gli esseri umani hanno la memoria corta e tendono a dimenticare velocemente le esperienze più sgradevoli… E’ per questo motivo che, ritrovandosi nuovamente di fronte ad un classico come Oberheim Matrix 6 – l’epitome della programmazione Data Entry – abbiamo provato un vero shock culturale, nell’essere nuovamente obbligati a progettare il nostro suono a colpi di parametro – valore, parametro – valore, parametro – valore, un passo dopo l’altro in una lunga sequenza di comandi ripetitivi.

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E se, come nel caso del Matrix 6, la struttura di sintesi non è neppure delle più semplici, l’unica salvezza è rappresentata dalla possibile – ma non garantita – disponibilità di un Editor Mac/PC; in alternativa, non rimane che mandare a memoria perlomeno le locazioni numeriche corrispondenti ai parametri principali.

Nello specifico, occorre almeno sapere dove mettere le mani per:

  • modificare l’intonazione dei due oscillatori (ma il Matrix 6 può solo salire rispetto all’intonazione nominale, non scendere a 16’…)
  • modificare la forma d’onda generata (dopo aver domato la complessa interazione che c’è tra simmetria dell’onda quadra e disponibilità simultanea della triangolare e della dente di sega)
  • variare l’apertura del filtro low pass e, contemporaneamente, localizzare la quantità d’inviluppo che ne controlla l’automazione
  • gestire gli inviluppi 1, 2 e 3 in base alla loro struttura e all’eventuale normalizzazione (qual’è l’inviluppo del filtro? e quello dell’amplificatore?)
  • verificare l’eventuale possibilità di una modulation matrix, con cui scombinare il comportamento “normale” dell’apparecchio mediante avventurosi accoppiamenti tra sorgenti e destinazioni di modulazione.

Il punto più complesso è, inevitabilmente, riuscire a integrare la lentezza della programmazione – un passo dopo l’altro – con quello che si ha in mente; specie durante le fasi di assemblaggio della curva d’inviluppo, e specie durante l’interazione tra filter env e amp env, il musicista con minor esperienza (o minor fiducia nei propri mezzi…) potrebbe trovare intollerabile l’intera procedura.

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Per questo motivo, ci siamo divertiti a documentare in tempo reale le procedure di programmazione di una timbrica neppure particolarmente complessa, neanche particolarmente evocativa, nemmeno particolarmente bella, tirata fuori dal Matrix 6 a colpi di ditate sugli interruttori a membrana: prefisso parametro, una coppia di numeri per identificare quello desiderato, prefisso valore, coppia di numeri per inserire il valore richiesto e così via un passo dopo l’altro.

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Studiatevi questo video tenendo d’occhio il cronometro: le conclusioni sono facilmente raggiungibili. Buona visione.

 

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Comments (10)

  • Antonio Antetomaso

    |

    Madonna del Carmelo…e almeno il Matrix 6 offre un display alfanumerico, non oso pensare ad un display numerico da 00 a 99!!!

    Il NE3 ce l’ha così pur offrendo pochi parametri di programmazione…e nonostante tutto io impazzisco. Mi rompo persino a memorizzare i preset, preferisco riprogrammarmeli di volta in volta agendo sui potenziometri!!

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  • Enrico Cosimi

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    beh, con il vecchio poly61 era una cosa del genere: una coppia di numeri per il parametro e una coppia di numeri per il valore.

    per fortuna, i parametri disponibili erano pochi pochi pochi, quindi difficilmente ci si perdeva nei meandri di programmazione…..

    😉

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  • francesco

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    senz’altro un incubo. sbaglio o molti di questi synth, come quelli usciti anche solo a rack, hanno recentemente avuto una rinascita tramite le interfacce midi programmate su ipad?

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    • Enrico Cosimi

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      eh si, diciamo che hanno sfruttato il “fattore nostalgia” per proporre un motore di sintesi interamente virtuale, ma dall’aspetto grafico simile a quello antico (che invece era più o meno full analog)…

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  • francesco

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    devo dire che anche le levette joystick…una meraviglia da vedere e da usare!

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  • Sandro

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    Vero, ho tutt’ora un rapporto traumatico di amore/odio verso il mio Ensoniq Mirage, il non plus ultra della follia in tema data entry, per di più con valori esadecimali.

    Effettivamente a voler difendere questi simpatici mostriciattoli, veniva (quasi) sempre fornita nel manuali la tabella dell’implementazione CC per controller sysex o a volte erano in vendita a parte controllers hardware dedicati, roba più da smanettoni che da musicisti, nevvero….

    In quell’epoca andavano di moda i preset, confezionati e pronti all’uso o caricabili dagli infernali connettori “tape” o dalle cartridges, per i più evoluti.

    Si era in piena era ATARI, ogni studio ne aveva uno, del resto non c’è da stupirsi se tonnellate di editors, librarian etc etc etc giravano su quella piattaforma che tutt’ora io uso, visto che ti salva la vita, sia per il DX7, che per il casio CZ-1, altra follia da programmare con calcolo degli angoli interni per generare gli inviluppi O.o.

    Macchine che amo con questa configurazione:
    – Roland JX10, lo volevo buttare dal 5° piano, poi, visto che pesa come una Fiat 126, ho implementato il nuovo OS di Mr Fraser e ora lo amo alla follia.
    – Oberheim Matrix 6 R ( per impostare i parametri più comuni, mi occupa 3 pagine del behringer BCR2000)
    – Yamaha DX 7
    – Korg EX 8000
    – CASIO CZ-1
    – Ensoniq Mirage
    – Korg Poly 800 Mk II ( e qui non c’è nulla da fare, mi tocca andare di digitazioni volanti).

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    • Enrico Cosimi

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      per gli standard odierni, il Poly 800 è veramente una sfida alla pazienza… :-)

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  • Ricky

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    Ciao,
    Avendo iniziato proprio nell’epoca del data entry (dal Poly 800..) mi sembrava normale programmarmi i miei suoni passando ore ed ore su quelle macchine. Probabilmente la gioia di sentire suoni nuovi era superiore alla rottura di balle che procurava crearli. In verità, alla stessa velocità in cui sono nati questi strumenti, anche una grande (in certi casi come il DX7 infinita) schiera di patches erano disponibili per gli utenti più pigri o per quelli che intendevano suonare e basta. Per fortuna, dopo anni di fatiche, alcuni produttori si sono rimessi a fare prodotti più facilmente programmabili ed anche molto più potenti a livello sonoro. Come Sandro che ha scritto sopra di me, ho ancora molti di questi rack in casa ma, dopo aver provato le gioie di usare synth come il VoyagerXL o il Q+ o anche il “famigerato” Radias sono spesso tentato di fare spazio e recuperare qualche soldino nonostante i suoni, in molti casi, siano più che ottimi (conoscete l’Akai VX90 ad esempio???). Ultima considerazione: mi stupisco che case blasonate cone Korg, Roland e Yamaha, si siano perse per strada non proponendo strumenti davvero facili da programmare ma di un certo “peso”. A questo proposito mi riferisco in particolare alla Kronos (mai avuta ma provata) ed al V-Synth GT (che possiedo) e che ogni volta che gli metto le mani sopra per programmarlo, dopo mezz’ora mi scappa la pazienza pur essendo un gioiello sonoro.

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  • Enrico Cosimi

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    con il Kronos, principalmente, ci vuole un buon paio di occhiali sul naso, altrimenti le scritte sul display sfuggono… :-)

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