Giovanotti, andiamoci piano – Poli timbricità

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Tutorial

Con “poli timbricità”, si intende la possibilità offerta da uno strumento musicale elettronico di realizzare simultaneamente più timbriche diverse, permenttendone (in diverse maniere) il controllo simultaneo.

Di Enrico Cosimi

 

01 jupiter 8

In che modo questo controllo possa essere esercitato (completa indipendenza dei pannelli comandi o alternanza nella “sintonizzazione” dell’hardware) è materia di discussione e di valutazione da almeno una trentina di anni.

Come abbiamo avuto modo di vedere, quando parlavamo della conquista polifonica, la maniera più semplice per garantire poli timbricità al musicista consiste nel chiudere sintetizzatori tra loro indipendenti all’interno di uno stesso scatolone.

 

02 TX 816

E’ la, costosa, scelta costruttiva inaugurata da Tom Oberheim e ripresa, i casi della vita…, da Yamaha con il costoso TX816: nel lontano 1984, era possibile sfruttare otto moduli TF1 completamente indipendenti tra loro per la gestione di altrettante parti di sintesi in FM lineare, ciascuna in grado di fornire 16 voci di polifonia (tra loro omo timbriche); l’apparecchio era spaventosamente costoso, dedicato ad un’utenza professionale e concepito per demandare tutte le funzioni di editing/programmazione o a una DX-7 MkI o a un vero e proprio editor esterno. Sul pannello comandi dell’apparecchio, le cose possibili in autonomia erano veramente poche…

E’ facile immaginare quanto una scelta di questo tipo – fatta con hardware analogico o digitale – possa risultare costosa per l’utente finale. Molto meglio, da questo punto di vista, suddividere la potenza di calcolo offerta da un DSP per elaborare simultaneamente compiti diversi. A pensarci bene, è la strada intrapresa quasi settanta anni orsono da Max Mathews con la sua organizzazione per Unit Generator…

 

Perché la poli timbricità?

Nella musica classica, il clavicembalista e l’organista sono abituati a considerare normale la disponibilità di timbriche diverse (registri o piedaggi) assegnati su base variabile ai diversi manuali in dotazione allo strumento. Un clavicembalo Neupert modello Bach potrà avere 16’ e 8’ sul manuale inferiore, 8’ con timbro diverso e 4’ sul manuale superiore; un organo a canne montato nella cattedrale di una grande città potrà avere due, tre o più manuali con – letteralmente – centinaia di registri a disposizione dell’organista.

Allo stesso modo, quando l’impiego degli strumenti musicali elettronici è entrato a regime, ci si è resi conto che – tecnologia permettendo – è molto comodo poter contare sulla generazione simultanea di due, quattro o più timbriche diverse tra loro, con le quali coprire le necessità di arrangiamento ed esecuzione senza essere costretti a trascinare sul palco due, quattro o più tastiere.

Da questo punto di vista, passata la prima fase di pionierismo, con l’aumentare delle possibilità offerte simultaneamente al musicista, è salito anche il livello di complessità delle apparecchiature e – quindi – l’impegno richiesto al musicista per poterle padroneggiare in maniera professionalmente accettabile.

 

03 jp8000

Quanta politimbricità

Anche in questo caso, la soluzione minima è quella che vede due timbriche simultaneamente generabili nella stessa macchina: apparecchi seminali come il Jupiter 8 o, rimanendo in casa Roland,

il più recente JP8000, hanno reso comuni i concetti di timbrica upper o lower, split e dual… Andiamo per ordine.

 

Due timbriche simultanee

Quando le “n” voci di polifonia disponibili nello strumento possono essere suddivise in due blocchi indipendenti per compito timbrico, diventa necessario poterle identificare funzionalmente e gestionalmente; per questo motivo, è entrato nell’uso comune l’impiego di termini come Upper Voice (o Upper Patch) e Lower Voice (o Lower Patch). Il suono “superiore” potrà essere diverso e indipendente da quello “inferiore”, lasciando al musicista il compito di suonare due parti diverse con la mano destra e la mano sinistra.

E’ facile capire che, con un solo pannello comandi a disposizione, deve esserci il modo per “sintonizzare” i comandi sull’editing del suono upper piuttosto che lower, facendo capire allo strumento quale dei due filtri si voglia aprire o quale degli inviluppi si ritenga necessario modificare. A questo scopo, nelle fasi di avvicinamento alla complessità operativa, è necessario vedere dove si trovano due immancabili tasti marcati “Upper” e “Lower”, il loro compito è – per l’appunto – quello di mettere in collegamento l’unica plancia comandi con il blocco di voci (hardware analogiche o software DSP based) che si intende modificare nella regolazione di parametro.

Però, l’aver creato due suoni simultaneamente non risolve del tutto i problemi possibili: in che modo le due timbriche dovranno essere organizzate lungo le ottave di tastiera disponibili? Saranno affiancate rispettivamente a sinistra e a destra di uno split point? E lo split point sarà modificabile dall’utente (come nella macchine più evolute) o sarà arbitrariamente fissato alla fine delle prime due ottave di tastiera (come nel caso del Jupiter 8)? E, ancora, le due timbriche potranno essere solo accostate tra loro in split, o potranno essere sovrapposte in double (o dual) per ascoltare due suoni diversi sullo stesso tasto?

Ogni domanda merita una risposta “tecnologica” da parte del progettista.

 

04 synthex

Sviluppiamo tutte le condizioni possibili all’interno di una macchina bitimbrica:

  • la macchina produce un solo timbro, impiegando tutte le voci di polifonia disponibili;
  • la macchina produce due timbriche diverse simultaneamente, dividendo la polifonia tra suono genericamente upper e suono genericamente lower; il musicista utilizza in Split le due timbriche organizzate a sinistra del punto di split (timbrica lower) e a destra del punto di split (timbrica upper); il punto di split può o non può essere definito a discrezione dell’utente;
  • la macchina produce due timbriche diverse simultaneamente, dividendo la polifonia tra suono genericamente upper e suono genericamente lower, ma questa volta – in modalità Double , Dual o Layer, i due suoni sono innescati simultaneamente sullo stesso tasto per tutta l’estensione disponibile. Mezza polifonia simultanea, ma doppio suono in ascolto.

 

Il bilanciamento di livello tra una timbrica e l’altra può essere ottenuto attraverso un controllo dedicato Balance (come nel prestigioso Synthex di Mario Maggi) o può essere più economicamente gestito avendo l’accortezza di modificare le programmazioni indipendenti di Upper e Lower Patch fino al raggiungimento dell’equilibrio desiderato.

Come è facile immaginare, un polysinth a 6 voci potrebbe offrire solo 3 + 3 voci in bitimbricità (o, magari, ipotizzare comportamenti diversi 2 + 4, 3 + 3, 4 + 2); un polifonico a 8 voci avrà 4 + 4 canali di voce gestibili; una macchina a 16 voci potrebbe offrire 8 + 8 e così via, continuando a crescere nella disponibilità simultanea di polifonia.

Ma la disponibilità di polifonia è solo una delle due facce della medaglia; dall’altra parte, è necessario continuare a ragionare in termini di timbriche simultaneamente generabili.

 

05 nmg2

 

Quadri timbricità, esa timbricità, poli timbricità

Quando entra in gioco il DSP – o le dotazioni particolarmente ricche nel dominio analogico – diventa facile gestire più timbriche diverse dallo stesso apparecchio. In maniera non cronologicamente correlata, è facile fare riferimento a:

 

  • 1998 – Clavia Nord Modular G2; in grado di generare quattro timbriche – contenute in altrettanti Slot denominati A, B, C e D organizzabili in Performance (non si può più parlare di Double/Layer) e articolabili in sezioni di tastiera contigue, sovrapposte, eccetera. Come è facile immaginare, se per due timbriche bastano una coppia di uscite Left e Right, con quattro timbriche, è necessario avere uscite separate e indirizzabili. Nel caso del NMG2, ci sono quattro uscite (e quattro ingressi) organizzabili a discrezione dell’utente.

 

06 xpander

  • 1984 – Oberheim Xpander; quattordici anni prima, Tom Oberheim aveva spinto pesantemente sull’acceleratore, inscatolando all’interno del modello Xpander sei tra le più potenti voci analogiche mai concepite a memoria d’uomo (non è un caso che lo stesso team di sviluppatori sarà poi incaricato di concretizzare quell’altro gioiello della programmazione che è l’Alesis A6 Andromeda). Nel modello Xpander, le sei voci di polifonia sono completamente indipendenti e – attenzione – utilizzabili come altrettanti sintetizzatori monofonici indipendenti. Ciascuna voce può uscire sulla propria uscita dedicata, può essere controllata in MIDI o in CV/Gate con connessioni altrettanto dedicate, può essere organizzata in zone di ricezione. Qui le cose si fanno più interessanti…

 

Sei voci monofoniche indipendenti, con sei timbri diversi simultanei, possono essere troppo per le esigenze di un musicista; se dovessero servire (per dire) un tricordo di brass, una linea di basso e due voci di sequencer percussivo, è possibile assegnare le voci 1, 2, 3 (con suono “brass”) ad una zona di gestione indipendente, sotto canale MIDI 01; le due voci di sequencer 5 e 6 ad una seconda zona indipendente, sotto canale MIDI 02 e la voce 4 – con suono di basso – direttamente sotto controllo del canale MIDI 03. Come è facile riscontrare, aumentando la complessità delle funzioni possibili, diventa necessario inventare nuovi modi di controllo per il musicista. Spariscono all’orizzonte i rassicuranti tasti whole, dual, layer, upper, lower, e si deve fare i conti con i menu di programmazione…

 

La massima flessibilità – e la massima potenziale complessità d’utilizzo – si raggiunge quando lo strumento offre il rapporto 1:1 tra quantità di voci e quantità di timbri simultaneamente producibili: a questo punto, devono essere implementate logiche di Mix, o di Performance, o di Combination che obbligano il musicista a “salire di livello” nella programmazione. Ciascun fabbricante segue la strada che ritiene più opportuna e percorribile – provate a confrontare la logica operativa del KORG T3 con quelle di Alesis Andromeda e Yamaha TX802, per capire quante e quali variazioni sul tema sia possibile censire con poca fatica.

 

Rimangono due argomenti da approfondire – ce ne occuperemo la prossima volta:

  •  che rapporto deve esserci tra generazione poli timbrica e disponibilità degli effetti on board?
  • ha senso parlare di plug-in poli timbrici? Oppure, la poli timbricità ha senso solo nell’incarnazione hardware degli strumenti elettronici?

 

Rimanete sintonizzati.

 

Tags:

Trackback from your site.

Comments (27)

  • Giovanni

    |

    Roland JD800, 24 voci, 4 timbri diversi. (1991)

    Reply

  • Giovanni

    |

    Non pensavo fosse unico!
    Ma, a parte il fatto di possederlo, mi sembrava un riferimento interessante anche per l’epoca e mi sembra un esempio più calzante del JP 8000 del ’96.

    Reply

  • Enrico Cosimi

    |

    sulla calzabilità o meno degli esempi – in quanto autore dell’articolo – mi riservo (almeno quello…) la decisione ultima. 😉

    come accennavo sopra, di strumenti multitimbrici ce ne sono tantissimi, e la loro quantità aumenta con l’incremento delle possibilità tecnologiche.

    scelgo il jp 8000 perché è “storicamente sfizioso” il fatto di recuperare la vecchia architettura, con la vecchia terminologia, all’interno di uno strumento che lavora con nuova tecnologia.

    Reply

  • Attilio De Simone

    |

    Concordo con l’opinione di Enrico, lasciate agli autori degli articoli la libertà di scegliersi argomenti e gli esempi, visto che in passato articoli di questa qualità li avreste trovati su riviste di settore (ormai sempre più rare) pagandole non poco. il JD800 mi sembra più lontano come synth dal punto di vista filologico rispetto al jp8000. Pur essendo entrambi ottimi strumenti, il JD800 è basato sulla espansione della tecnologia del D50 e quindi si basa sulle forme d’onda su Rom, digitale al 100%, molto vicino a tutte le migliaia di synth multitimbrici basati su wavetable negli anni ’90. Il JP8000 mantiene (seppure con tecnologia Virtuale) la classica struttura a sintesi sottrativa analogica e quindi come esempio (assieme al clavia nord modular) è più vicino filologicamente a tutti gli altri strumenti dell’articolo. Pur essendo un ottimo strumento e con punti a favore notevoli (filtro multimodo, gestione di tutti i parametri tramite controlli singoli dedicati) il JD800 fa parte di quella famiglia di strumenti che vanno dalla seconda metà degli anni ’80 alla fine degli anni ’90, basati sulle wavetable e che avevano fatto perdere ai musicisti la “retta via” (lo dico scherzando).

    Reply

  • Daniele

    |

    Esimio Enrico, ti scrivo qua per un dubbio di acquisto, anche se forse non è la sezione giusta.

    Premessa: non sono un producer elettronico, ma un cantautore che al momento vorrebbe sporcare le proprie canzoni con il mondo elettronico. Ho Volca beats e Electribe er1 per le parti ritmiche, con cui mi diverto parecchio. KaossPad3 per effetti e un bel pò di pedalini per chitarra che uso smodatamente.

    Tendo ad avere una certa avversione per la programmazione via computer. Mi ci perdo, mi annoia. Mi piace spirullare gli strumenti.

    Ora mi piacerebbe prendere un synth per aggiungere altri colori. Mi interessano pad onirici, arpeggi, sequenze ipnotiche e incastri di basso improvvisi.

    Tutto mi fa pensare che dovrei procurarmi un virtual analog polifonico, poco costoso, per incominciare. Senza fare il passo più lungo della gamba.

    Sono indeciso tra Roland Gaia, Novation Ultranova o Mopho x4 (usato). Già il nord lead costa troppo per me :-(

    Tu cosa mi consiglieresti? Grazie mille e scusa l’intrusione. Daniele

    Reply

    • Enrico Cosimi

      |

      io andrei di ultranova, così hai anche un vocoder… 😉

      Reply

  • Giovanni

    |

    Probabilmente ho fatto una osservazione sbagliata e certamente non voglio intervenire sull’opportunità delle scelte di chi scrive ma continuo ad avere dei dubbi.
    Di riviste, forse capendole poco, ne ho comprate e lette parecchio sin dagli anni ’80 e in un’epoca addirittura acquistavo Strumenti Musicali, Keyboards e Future Music ogni mese…
    Sempre perchè, probabilmente non capisco, non riesco ancora ad intendere perchè il JD800 sia uno strumento vetusto e il JP8000 invece vicino ai moderni. Ricordo perfettamente quando uscì il JP8000 e ricordo che non mi piacque, alle mie orecchie suonava troppo “croccante” e “digitale” rispetto al mio JD800.
    A parte la generazione delle forme d’onda, campionate sul JD e a modelli fisici sul JP, il resto mi sembra assolutamente uguale, anzi con alcuni punti a favore del JD.
    Se si prende una card nuova e si cerca di impostare un suono sul JD si parte esattamente dalle forme d’onda iniziali (che sono 108 di cui diverse sono le classiche analogiche come le quadrate, a dente di sega, ecc.) per poi passare attraverso la tradizionale sintesi sottrattiva. Lo stesso che avviene con il JP. Ma con la differenza che l’architettura del JD è quasi semi-modulare con una flessibilità nella creazione di un timbro che non esiste nell’altro. Per non parlare poi degli effetti.
    Sicuramente il JP ha dalla sua un suono molto potente che il JD non riesce a raggiungere e un arpeggiatore. Ma il JD ha anche un calore che, a mio avviso, l’altro non possiede.
    Avrò perso pure “la retta via” ma io personalmente mi sono molto dedicato alla creazione di timbri, con l’aiuto degli slider, che sono estremamente più complessi di quelli realizzabili con il JP. E che, opportunamente programmati, non suonano assolutamente digitali.
    A parte tutte queste mie chiacchiere vorrei capire se la generazione rom delle forme d’onda (di fronte a quella con modelli fisici) è l’unica differenza tra i due strumenti o ne esistono altre, più profonde, che rendano il JD una macchina del passato e il JP una del futuro (che si lega meglio alla tradizione analogica) o meno.
    Grazie

    Reply

  • Attilio De Simone

    |

    ciao Giovanni, innanzitutto non credo di aver scritto che il Roland jd800 sia uno strumento scadente, anzi ne ho sottolienato le qualità. Anche io ho posseduto negli anni ’90 dei synth a wavetable e non me ne pento. il discorso scherzoso (come ho sottolineato) circa la retta via è inteso nel senso che la sintesi a wavetable è stata imperante per quasi un ventennio e aveva distolto l’attenzione dei musicisti dalla programmazione dei suoni. Sul mercato sono uscite macchine da accendere e suonare, visto che offrivano tantissimi suoni e display sempre più striminziti e con possibilità di trattamento del suono non in tempo reale. era diventato scomodo e complesso programmare i suoni con il,sistema dei sottomenu (e spesso filtri e inviluppi digitali non cambiavano in modo significativo il suono di base) tanto che si era determinato un fiorente mercato di banchi di suoni che si inserivano tramite floppy o romcard o altro. col senno di poi, si può dire che con la sintesi a wavetable si era perso in parte l’aspetto della programmazione, perchè le possibilità di interazione si erano ridotte. Non è il caso del jd800 che però resta legato alla sintesi wavetable, e non mi sembra l’esempio ottimale legato a questa serie di articoli, perchè se riguardiamo la storia degli strumenti, il JP8000 ha rappresentato un momento di svolta, in quanto con la sintesi VA ha ripreso paro paro la struttura in sintesi sottrattiva degli analogici e contemporaneamente (assieme agli strumenti Clavia) ha risvegliato l’interesse defunto per il mondo degli strumenti analogici avviando un trend che è durato e sta durando tutt’ora. Dal punto di vista storico, il JP8000 ha un’importanza maggiore del JD800, che ripeto, è un ottimo strumento (se non avesse il noto problema della colla rossa che determina una serie di danni all’hardware e lo rende estremamente fragile, un pensierino ce lo farei anche io) ma rappresenta lo strumento di punta di una tecnologia che non rientra al 100% con il senso di questo articolo. Nessuno giudica lo strumento di per sè (il cui suono si lega a molte delle hit degli anni ’90) ma la citazione del JP8000 mi sembra più appropriata nel contesto dell’articolo. Spero di aver colto le intenzioni di Enrico.

    Reply

  • synthy

    |

    sono daccordo con Enrico ed Attilio.
    è il modo come lavora lo strumento che lo rende attinente non il modo di generazione delle forme d’onda.
    è come dire che un’auto a motore/i elettrici è più vicina ed attinente alla vecchia buick del ’67 a carburatori piuttosto che un altrettanto vecchia auto trainata da cavalli o spinta da un motore a getto: quello che importa non è come genera la potenza il motore, ma come la trasmette e crea moto attraverso la consueta catena: frizione-cambio-albero di trasmissione-differenziali-ruote. mi sembra un paragone attinente.

    Reply

  • Giovanni

    |

    Pensavo di non aggiungere alcun commento ma qust’ultimo mi spinge ad un ulteriore riflessione.
    Il JD800 non lavora assolutamente in maniera diversa da uno strumento analogico con struttura sottrattiva ed i suoni si creano, attraverso degli slider, secondo la stessa catena: selezione forma d’onda, intonazione, filtro, risonanza, inviluppo, volume. Tutto, naturalmente, in modo molto più complesso di quello che potrebbe essere in un minimoog e più vicino, ad esempio ad un oberheim matrix 12…

    Reply

    • Giovanni

      |

      …volendo esagerare!

      Reply

      • Attilio De Simone

        |

        il modo in cui lavora il jd800 non è un segreto…

        Reply

        • Paolo Cocco

          |

          bisogna tenere altamente segreto che dentro al JD-800 ci stanno un controllore,uno o due DSP, e ovviamente wave-ROM e DAC. E mai far sapere ad alcuno che all’interno del Matrix 12 mai ci furono cip con i campioni, e nemmeno i cip dei diessepì. Ok, una cosa in comune c’è: un processore con la sua famiglia; loro scannano la tastiera, guardano potenziometri e interruttori, fanno si che sul (sui) display qualcosa si veda. Ma non si occupava di far suonare il vetusto strumento, anzi se ne guardava bene.
          E se Attilio non dice che il JD-800 è uno strumento scadente, ti posso assicurare che i suoni che fa, li potrebbe fare un qualsiasi Roland della stessa epoca (la serie JV ad esempio, ha la stessa wavetable), certo in modo molto più laborioso, tra infiniti menu e submenu; dall’altra parte gli sliders (o i comandi rotativi) sicuramente velocizzano molto la programmazione.
          Mi scuso con Enrico, sono andato decisamente OT, ma sai, ne ho parlato con l’OB8 e mi ha detto che smetterà di funzionare se non difendo la sua famiglia!!!
          E, per favore, adesso non iniziamo con “che schifo l’OB8… l’OBX suona meglio. Lo so già 😉

          Reply

          • Giovanni

            |

            L’unico paragone che ho fatto con gli oberheim è stato riguardo alla possibilità di modulazione del suono per cui una sua difesa non mi sembra molto necessaria…
            È ocomunque evidente che il JD 800 continua ad essere uno strumento altamente sconosciuto e misconosciuto. È stato troppo in anticipo sui suoi tempi e poi rapidamente dimenticato. La serie JV riprende molte caratteristiche del JD ma semplificandole. Non mi risulta, dal manuale del JV, che ad esempio il volume possa essere modulabile dall’ LFO, e via dicendo. A parte la presenza degli slider che rappresentano la vera grande rivoluzione del JD, poi ripresa in seguito da altri strumenti Roland, la complessità di suoni ottenibili è estremamente superiore a quella della serie successiva. E qundo parlo di uno strumento semi modulare parlo di questo e non di altri, successivi.

            Reply

          • Paolo Cocco

            |

            Giovanni, sei ovviamente libero di avere le tue opinioni, ma continuo a non capire il nesso tra JD-800 e synth modulare. I vari DCO,DCF,DCA, ENV,LFO, erano “precablati” e non si poteva mandare qualsiasi input dentro a qualsiasi output. A quel tempo avevo (per mere necessità) un JV-80 con exp. SR-JV01 (pop/rock) e un Korg 01/w-fd anche quello con alcune card. Con gli adorabili editors su PC, quasi subito arrvati, si riusciva a programmarli senza troppa fatica. Tuttora posseggo un impolverato JV-1080 con la stessa (proprio la stessa) espansione del JV-80. Beh, adesso mi farebbe ridere usarlo (per suonarci un piano acustico), ma ricordo che alcuni suoni, in particolare quelli “PinkFloydiani” che avevo pazientemente costruito, erano buoni e non sfigurerebbero troppo nemmeno di questi tempi. Col tuo JD puoi fare le stesse cose. Altra considerazione merita invece il JD-990, ai suoi tempi un must per ogni studio *serio* :)) Poco polifonico, era però un piccolo mostro di versatilità. Sembra che Hans zimmer ne avesse decine, usati simultaneamente. Beato lui!
            Vedo poi che avete anche disquisito sul tema JD-800 – JP-8000. Non voglio farne una lungaggine, ecco come la penso (sto per comprare uno dei due, chissà quale…) :
            Non-c’è-paragone. STOP

            Reply

          • Paolo

            |

            Il JD990 e’ ancora molto quotato. Ne sono stati avvistati vari esemplari nei rack di expander che Vangelis si porta in giro nei rari concerti e pare li usi tuttora anche in studio. Va detto anche che JD-800 e JD-990 sono in realta’ diversi essendo il 990 nettamente piu’ potente dell’800 (non sto qui a elencare le differenze).
            Una cosa particolare di questi due JD della Roland e’ il loro convertitore DAC, il PCM61P, che ancora utilizza la vecchia “scala” di resistenze, al contrario di gran parte dei successori e dei synth moderni, che usano invece i piu’ “precisi” convertitori Delta-Sigma. Ma sta di fatto che il primo tipo e’ notoriamente piu’ “audiofilo” e ben suonante, e questa e’ forse la ragione per cui gli stessi campioni e librerie usati dalla Roland in tanti synth successivi, nel JD990 e 800 suonano meglio e il perche’ ancora tanti vanno a cercare proprio quei modelli particolari.

            Reply

          • Giovanni

            |

            Malgrado la maggior “potenza” del 990 era anche noto, a suo tempo, che aveva un suono meno caldo, leggermente più sottile del JD 800… E con questa osservazione (verificabile in un test comparativo) chiudo la trasmissione.
            Non desidero avere sempre ragione ma se uno pensa con un JV 1080 di poter creare gli stessi suoni del JD a questo punto anche io lo lascio libero delle sue opinioni e non replico più

            Reply

          • Paolo Cocco

            |

            E’ vero che vuoi sempre avere ragione, d’altra parte difendi un qualcosa che in modo evidentissimo ti piace molto. Mi sembra assolutamente normale. Se guardi le recensioni, sono tutte 10/10 perchè fatte da persone che lo possiedono. Addirittura definiscono eccellente il suono del piano acustico!
            E per finire, ti dico che JV, JD e parenti vari, sono stati buonissimi strumenti, ma sono tutte evoluzioni del progetto/concetto D-50, i veri synth di Roland avevano la sigla iniziale JP.

            Reply

          • Attilio De Simone

            |

            A me questa situazione sembra un poco eccessiva. nessuno ha mai detto che il jd800 sia un cattivo synth, la cosa è degenerata perchè il jd800 doveva essere citato al posto del jp8000 (che invece è più appropriato visto il contesto dell’articolo). Non comprendo tutte queste diatribe che vanno avanti allo sfinimento.

            Reply

          • Paolo Cocco

            |

            Ti faccio le mie scuse. Troppo OT, per altro su questioni irrilevanti. Non è mia abitudine lasciarmi coinvolgere in queste lunghe e sterili discussioni, mi entusiasma parlare di ben altre cose.
            Se ti va, chiedi a enr la mia email, ti spiegherò alcuni miei fondamentali pensieri, che però non voglio far sapere a tutti. inotre non i sono mai presentato decentemente, è ora di farlo, questo però sì preferirei fosse pubblico (ma non qui, su un mio sito).
            ciao

            Reply

          • Attilio De Simone

            |

            Ciao Paolo, ma quali scuse! La. mia era una considerazione dettata per lo più dal fatto che si potrebbe discutere di cose ben più interessanti (per esempio sull’utilizzo creativo e non banale del JD800, come impiegarlo oggi, emancipandolo dalle sonorità standard, i preset che lo hanno reso famoso e che oggi suonano un pò vecchiotti e digitali) anzichè stare a discutere su questioni totalmente soggettive che portano ad un vicolo cieco in cui ognuno alla fine mantiene la sua posizione. Comunque a questo punto perchè non metti un link al tuo sito, così me lo spulcio e ti contatto direttamente da lì?

            Reply

          • Paolo

            |

            Approfitto per intervenire anch’io, che sono un altro “Paolo” :-) e forse questo aveva portato a qualche misunderstanding nel thread..

            Bella l’idea dell’utilizzo creativo del JD800/990. Se puo’ servire, qualche tempo fa ho mappato tutti i parametri principali delle sue voci (VCA, VCF, inviluppi e altre cose) su un controller esterno, il Waveidea Bitstream 3X e cosi’ facendo posso suonare e intervenire in tempo reale sulle 4 parti cambiando apertura del filtro, risonanza, ecc.. per ogni voce. La cosa non e’ banale perche’ la Roland usa per questo expander dei sysex son checksum, comunque se a qualcuno servisse..

            Reply

          • Paolo Cocco

            |

            oh mio omonimo, non credo che ci siano stati misunderstanding dovuti a nomi duplicati. Quanto a tutta la tua documentazione, probabilmente frutto di un bel lavoro, forse anche lungo, di sicuro a qualcuno potrebbe interessare. Ma non a me, che non possiedo JD-machines. Questo però non vuol dire nulla, visto che qui gli interessati ci sono :))

            Reply

          • Paolo Cocco

            |

            Attilio, non ho un sito di quelli ben fatti (al contrario di te), ma sto aggiustando la pagina About:Me, che ora include tutti i miei interessi. Sto tagliuzzando per lasciare delle info che abbiano pertinenza con le questioni musicali, oltre ad una mini-bio. lasciami un paio di giorni, poi lo pubblico e lascio qui un link.

            Reply

  • Attilio De Simone

    |

    Io ho posseduto un JV35 con scheda di espansione che aveva molte sonorità del JD800 e del JD990. Bene o male le sonorità che ci si tirava fuori erano le stesse, ed erano comunque tra le migliori che si potevano avere una ventina di anni fa (che poi si scegliesse Korg, Yamaha o Roland era una questione soggettiva). Il JD800 non mi sembra affatto sottovalutato o poco ricordato, anzi se ne parla molto in giro e un JD800 in buono stato revisionato con la rimozione della colla rossa ha un valore di mercato abbastanza elevato (le quotazioni medie si aggirano tra i 550 e i 700 €) considerando che si tratta di un digitale vecchio di 23 anni, che ha la componentistica molto delicata ed eventuali problemi sono meno facilmente gestibili rispetto a problemi che si possono avere su un analogico.

    Reply

  • GIovanni

    |

    Il mio, acquistato nel ’94 ora è a posto, ma anni fa, dopo ripetuti problemi, ho fatto cambiare i contatti dell’intera tastiera…e adesso sta bene. Ma cerco sempre di preservarlo dalla polvere quando non lo suono.

    Reply

Leave a comment

Inserisci il numero mancante: *