Le tastiere dei Pink Floyd – Seconda parte

Written by Attilio De Simone on . Posted in Gear, Tutorial

Una retrospettiva sullo stile e sul sound di Richard Wright. Riprendiamo da dove ci eravamo fermati; tamponato l’argomento Hammond, è il momento di passare alle altre tastiere.

Di Attilio De Simone

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Un altro elemento del suono di Richard Wright è il piano elettrico Wurlitzer dal suono più aspro del Rhodes e quindi particolarmente indicato per gli accompagnamenti ritmici.

Il Wurlitzer (EP-200 color vaniglia in studio e EP-200A nero in tour) caratterizza il suono dei due album più importanti dei Pink Floyd: “The dark side of the moon” e “Wish you were here”. Su Dark side il Wurlitzer viene sempre effettato in modo particolare: su “Breathe” il suo suono aspro viene addolcito dalla liquidità che gli viene donata dall’amplificazione tramite un Leslie a velocità slow, su “Money” il sound diventa a metà tra il funky e il reggae grazie all’abbinamento di un pedale wah-wah e un delay analogico dalle lunghe ripetizioni.

 

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Conseguenza logica dell’esperienza di Wright con il vibrafono (presente il alcuni brani, tra i quali il più significativo è sicuramente “Set the control for the heart of the sun”) é il passaggio al piano Rhodes, dalle sonorità più morbide rispetto a quelle del Wurlitzer e quindi più vicine a quelle soffici e melodiche del vibrafono.

Sul Rhodes Wright tenderà ad enfatizzare il suono metallico tipico denominato “bells”, un evidente esempio di questa sonorità lo abbiamo su “Hey you”, mentre probabilmente l’impiego più proficuo del Rhodes lo abbiamo nell’introduzione di “Sheep” in cui Wright ha delle intuizioni molto ispirate ed interessanti.

 

I sintetizzatori

Sebbene in “Obscured by clouds” i Floyd abbiano un primo approccio con le sperimentazioni sui sint, è a partire dal “The Dark side of the moon” che i sintetizzatori vengono impiegati massicciamente nelle produzioni discografiche del gruppo.

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Uno dei sint che viene immediatamente associato ai Pink Floyd è sicuramente l’EMS Synthi A (l’immagine riproduce un modello AKS, composto da Synthi A e tastiera KS), con il quale viene realizzata la sequenza di “On the run” e si può dire che – salvo un paio di brani del 1972 e qualche effetto sonoro sparso qua e là tra “Dark Side” e “Wish you were here” – il contributo più significativo di questo strumento made in England si ferma a “On the run” e a “Welcome to the machine”. Bisogna dire che “On the run” non è attribuibile a Wright ma al lavoro di equipe svolto dal gruppo (in alcuni spezzoni ripresi in studio dal film “Live at pompeii” si vede Waters lavorare ai potenziometri dell’AKS durante la registrazione di “On the run”).

 

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È a partire dal solo “Any colour you like” e poi da “Shine on you crazy diamond” che l’attenzione di Wright si focalizza sul Minimoog Model D, uno strumento che meglio si addice alla sensibilità musicale di Wright, non troppo propenso alla sperimentazione estrema per quel che concerne le sonorità solistiche di sint.

Infatti, nel corso degli anni Wright utilizza quasi sempre le stesse timbriche lead, basate prevalentemente su due oscillatori con le forme d’onda a dente di sega e il filtro abbastanza aperto per le sonorità più aggressive (da “Any colour you like” a “Keep talking”) o su un solo oscillatore (sempre la dente di sega) e un filtro tenuto chiuso per le sonorità solistiche ispirate agli ottoni (corno o tromba), sonorità presenti su “Shine on you crazy diamond” “Animals” “Wearing the Inside out”. Con gli anni, queste sonorità di Moog sono diventate un altro marchio di fabbrica dei Floyd. Analizzando un po’ tutte le sonorità sintetiche dei Floyd, si può dire che Wright tenda a snobbare la forma d’onda quadra.

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Per la preparazione di “The Wall” Wright passa al polifonico Prophet V, che diventa uno degli strumenti preferiti del tastierista. Questo strumento caratterizza praticamente tutti i solchi del disco.

Su “The Wall”, bisogna fare delle riflessioni circa il contributo fornito da Wright al disco: la storia ufficiale racconta che Wright viene estromesso da Waters dal lavoro in studio e quindi il suo contributo al disco dovrebbe essere pressoché ininfluente (Wright parteciperà al tour in qualità di session man). In realtà, l’ascolto del demo di “The Wall” raccolto nel bootleg “Under Construction” (1978) ci fornisce un chiarimento sulla questione e su quanto del lavoro di Wright sia stato ripreso in fase di produzione. Di sicuro impatto è l’assolo presente su “Run like Hell” dove il dubbio di alcuni tra l’impiego del Prophet o del Minimoog viene risolto a favore del Prophet notando che, nel Minimoog, non è presente la possibilità di mettere in hard sync gli oscillatori, con il caratteristico risultato timbrico che è invece facilmente riscontrabile nella traccia.

 

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Un alto strumento che ha caratterizzato la seconda metà degli anni ‘70 è la string machine Arp/Solina presente su “Wish you were here” e su “Animals” mentre su “The Wall” si è optato per i modelli successivi di ARP Omni e Arp Quadra.

 

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La storia “moderna” dei Pink Floyd, quella che va dalla fine degli anni ‘80 ai nostri giorni è caratterizzata dall’impiego degli strumenti digitali, dall’ibrido Roland Super JX, ai Kurzweil K250, K1000 e K2000. Possiamo però dire che il grosso della percorso sonoro di Richard Wright si ferma alla fine degli anni ‘70, in quanto la storia recente è costituita prevalentemente da grandi eventi live che vedono i Floyd o parte di essi impegnati nell’esecuzione dei grandi classici della loro storia.

Di fatto dalla fine degli anni ‘80 in poi e fino alla sua scomparsa, Wright chiude la porta all’analogico abbracciando completamente la strumentazione digitale anche per replicare le sonorità vintage (dalla Kurzweil si farà campionare i suoi pianoforti elettrici mentre molte delle sequenze verranno interamente programmate dai tenici del gruppo utilizzando strumentazione digitale). Resterà fedele solo all’organo Hammond che lo accompagnerà in tutti i tour dei Pink Floyd. Solo recentemente, poco prima della sua scomparsa, ha ripreso il Farfisa per eseguire “Echoes” in alcuni concerti di Gilmour (ne abbiamo testimonianza nel live a Danzica).

 

Spigolature

Di cose da dire su Wright ce ne sarebbero ancora tante, gli elementi da analizzare sarebbero ancora molti (come gli album solistici e alcuni lavori come “Ummagumma”), ma essendo già molto il materiale analizzato mi piacerebbe concludere l’articolo con qualche curiosità.

Il suono di apertura di “On the run”, quello che precede la celebre sequenza di note EGAGDCDE, è ottenuto facendo amplificare da un Leslie in velocità slow un noise generato dal VCS3.

Il celebre suono di pianoforte utilizzato per “Echoes” nacque casualmente, da una rifrazione del suono di piano all’interno di un microfono che confluiva in un Leslie. Il suono è stato poi ricostruito mixando tre diverse riprese: la ripresa del pianoforte, la ripresa del suono del pianoforte che va a confluire all’interno di un Leslie in velocità fast e la ripresa dell’ambiente in cui entrambi i suoni venivano ascoltati contemporaneamente. In questo modo, distribuendo le varie riprese lungo il panorama stereofonico, si è riuscito ad ottenere un suono quasi tridimensionale.

L’assolo di “Any colour you like” è ottenuto tramite varie sovraincisioni di assoli. Dal vivo è possibile ottenere un effetto molto simile impostando un delay con un tempo intorno agli 850 ms e un feedback tra il 30 e il 40% del suo valore.

Il pad di introduzione di “Shine on you crazy diamond” ha fatto impazzire più di una generazione di tastieristi. In realtà è quasi impossibile ricostruire alla perfezione quel suono, in quanto frutto di un sapiente lavoro di produzione in cui si è creato un suono stratificando sonorità acustiche ed elettroniche. La base del suono è costruito da bicchieri sfregati ed intonati adeguatamente per costruire i tre accordi dell’intro (Gm, Dm e Cm), non escludo che questo suono possa essere stato amplificato da un Leslie in velocità slow, in quanto il suono dei bicchieri ha un andamento fluttuante che mi sembra troppo regolare. A questo suono si vanno ad aggiungere gli archi della string machine Arp Solina, regolati sugli ottavi e senza eccessivi interventi di modulazione (il suono è abbastanza fermo), un accordo eseguito con un organo e un synth Moog Taurus pedal.

Ovviamente il solo, come già scritto precedentemente, è eseguito con un Minimoog.

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Comments (5)

  • Alessandro Salina

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    Sempre un gran piacere leggere articoli come questi!!! i miei complimenti e grazie!!!

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  • Pierluigi Luciani

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    Ottimo articolo !!! Avere dei chiarimenti così precisi sulle origini delle sonorità di Wright è molto interessante, bravo e grazie !!!

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  • Davide

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    Bellissimo, complimenti!

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  • Alessandro

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    Inoltre ricordo di aver letto nell’autobiografia “Inside Out”, scritta da Nick Mason, che quel suono di bicchieri dell’ intro di “Shine on you crazy diamond” è l’unico rimasto delle registrazioni di “Household Objects”, un progetto che non è mai stato pubblicato dai Pink Floyd.
    In un periodo (grosso modo tra il ’70 ed il ’74) in cui erano alla ricerca di una direzione coerente si divertivano a suonare “oggetti casalinghi”, come seghe, bottiglie di birra, giornali (strappandoli), o come nell’intro di Shine On, suonando calici da vino riempiti con acqua a diversi livelli (per ottenere le note giuste). Note poi riversate su nastro a sedici piste e mixate in blocchi di accordi in modo tale che ogni fader potesse controllare ogni singolo accordo.
    Un’ altra interessante curiosità: il 5 giugno del 1975, durante la registrazione dell’album “Wish you were here”, negli studi di Abbey Road si presentò Syd Barrett, quasi irriconoscibile, ingrassato, con la testa rasata ed un’espressione assente. Troviamo traccia di quella visita inaspettata e di tutta la malinconia che ne scaturì nelle ultime note di Shine on you Crazy Diamond part IX: quando le ultime note si smorzano, Rick Wright suona sulle note alte un meditabondo verso tratto da “See Emily Play”.

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