WURLITZER ELECTRIC PIANO – Parte 1

Written by Antonio Antetomaso on . Posted in Vintage

Storia, modelli, emulazioni

Iniziamo una mini serie di articoli incentrata su uno degli strumenti vintage più affascinanti: il piano elettrico Wurlitzer.  Ancora oggi, questo strumento è parte fissa della strumentazione di parecchi musicisti che affrontano generi come il Jazz/Funk e la Fusion proprio grazie al fascino delle sue timbriche, nonostante la sua manutenzione e specialmente l’accordatura non siano proprio procedure molto semplici… Perché non parlarne approfonditamente allora?

di Antonio Antetomaso

In questa prima parte, seguiremo un carattere squisitamente “vintage”; nella seconda, adotteremo un approccio più moderno e tecnologico. Questa puntata è infatti incentrata sulla storia di questo strumento, sul funzionamento e sulle caratteristiche dei vari modelli, con particolare attenzione alla serie più diffusa. La seconda, invece, per tutti coloro che non possiedono il piano originale, tratterà delle principali emulazioni software di mercato, delegando la trattazione di quelle hardware ad altri ambiti.

Modelli storici

Correvano i primi anni del 1900, quando tal Benjamin Miessner progettò un pianoforte verticale amplificato, dotato di uno schema di pick-up particolare che piacque così tanto all’azienda di Rudolph Wurlitzer, di omonima denominazione, da convincerla a realizzare con esso uno strumento elettromeccanico originale.  Fu così che, nel 1954, entrò in fabbricazione il primo piano elettromeccanico Wurlitzer EP-110. In realtà il primo modello a vedere la luce sul mercato fu il 112 di un paio di anni più tardi. Eccolo qui in figura:

 

 

Si trattava di uno strumento disegnato per essere trasportato, costruito quasi interamente in legno, con le gambe da avvitare sotto la pancia e il pedale di sustain da agganciare al lato dello strumento, a differenza degli altri modelli dove l’alloggiamento è sotto la “pancia”.  Opzionalmente, era previsto il corredo dello strumento con un amplificatore simile a quelli commerciali per chitarra.

Il funzionamento era quello classico di qualunque strumento elettromeccanico dell’epoca: ciascun tasto percuoteva una lamina di metallo (reed) che, opportunamente accordata, produceva una vibrazione captata da un pick-up che provvedeva alla generazione timbrica vera e propria inviando il segnale elettrico al modulo di amplificazione. Le “reed” erano montate su una struttura di metallo chiamata, con molta fantasia, “reed bar”. Purtroppo (problema parzialmente risolto nei modelli successivi per agire sulle singole reed era necessario svitare le componenti meccaniche che agivano sull’intonazione dello strumento, con una seccante operazione di accordatura alla fine delle operazioni di manutenzione.

Problemi che non impedirono, comunque, a Ray Charles di scrivere pagine immortali con questo strumento.

Il successivo modello 120 differiva dal 112 per l’alloggiamento del pedale di sustain, posto sotto alla plancia del piano; maggiori problemi di trasportabilità ponevano i modelli 145 e 720A. Il 145 era la versione trasportabile (si fa per dire naturalmente…).

 

 

Diverse le novità introdotte da questa serie che, tra parentesi, fu l’ultima ad essere realizzata in legno:

  1. una nuova configurazione dei pick-up, il design cosiddetto “split”, che migliorò sensibilmente la timbrica;
  2. un miglioramento dei meccanismi di sustain dello strumento e una notevole semplificazione delle operazioni di manutenzione, grazie anche al montaggio in posizione invertita delle canne di metallo, con gli alloggiamenti per le viti rivolti verso l’alto;
  3. l’introduzione di una circuiteria di vibrato che avrebbe poi caratterizzato tutti i modelli a venire.

 

Il suono

Anche l’orecchio vuole la sua parte…

 

 

…e ancora, la versione trasportabile…

 

 

Citiamo appena il Wurlitzer 270 Baby Grand, praticamente la versione elegante e in legno dei modelli più famosi (la serie 200), costruita per tutti coloro che volevano una struttura in legno di un certo tono e di una certa eleganza, senza rinunciare alla timbrica classica Wurli dei modelli 200, 200A e compagnia cantante.Permettetevi di suggerirvi questo video molto interessante che, nonostante sia in lingua inglese, vi fornisce una panoramica completa dello strumento in questione:

 

 

Series 200

I modelli 200 e 200A sono di certo quelli più diffusi e, tra l’altro, quelli che ancora oggi si trovano con più facilità e maggiore garanzia di integrità.

 

 

Analizziamo le caratteristiche principali di questa serie. La caratteristica più evidente è la costruzione: non più struttura in legno, ma in plastica di svariati colori (nera quella più comunemente reperibile, ma anche marrone o verde inquietante); rimangono in legno soltanto i tasti (dimenticavo: sono 5 ottave).

Il meccanismo di generazione sonora, resta pressoché lo stesso dei modelli precedenti, con le ovvie evoluzioni frutto di anni di esperienza:  il suono è prodotto percuotendo con la martelliera le reeds, appesantite sull’estremità anteriore da una piccola massa di stagno; l’estremità vibrante si muove di fronte al solito sistema di pick ups che ne rileva il movimento e lo traduce al sistema di amplificazione incorporato. Due i controlli offerti dalla serie 200: volume e di tremolo. Non ci sono, infine, meccanismi di regolazione dei toni e la meccanica del pedale è di tipo morbido, con un rimando a filo che assomiglia al freno di una motocicletta (il paragone è azzardato, ma chiaro).

La differenza tra il modello 200 e il 200A è nella circuiteria di amplificazione. Il 200 utilizza infatti un circuito unico dotato di stadio di amplificazione e preamplificazione. Il 200A ha uno stadio di preamplificazione separato e posto tra i due split pickups di ogni tasto; inoltre, utilizza una differente selezione di transistors per lo stadio di amplificazione vero e propria.

Nei modelli 200A sono presenti 2 diffusori ai lati dello strumento, montati direttamente sul cabinet del piano, mentre nella serie 200 essi sono posti direttamente sullo stadio di amplificazione dedicato.

Un’occhiata a questi video vi darà un’idea del timbro ottenibile di questo piano. Nel primo è mostrato un 200 di colore verde…

 

 

…nel secondo invece, lo stra-classico 200A in tutto il suo “ruggire”.

 

 

Da un punto di vista timbrico, il 200 ha un timbro più morbido (“mellow” è la parola giusta), mentre il 200A molto più aggressivo e dark.

 

Tra le risorse dell’articolo, alcuni links di approfondimento:

La prossima settimana, parleremo delle emulazioni software più gettonate (almeno secondo la mia esperienza).

Stay tuned.

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Comments (5)

  • scander

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    Bell’articolo e bella selezione di video!

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    • Enrico Cosimi

      |

      giro i (dovuti) complimenti all’autore dell’articolo!!! :-)

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  • Antonio Antetomaso

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    Mille grazie. Fanno sempre un sacco di piacere.
    A presto.
    Antonio.

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  • ricciu michele

    |

    buongiorno sig.Antonio io possiedo un piano elettrico w.mod.200a ed il tasto re della 4° ottava si e’ scordato ‘risulta calante ,ho provato ad accordarlo limando lo stagno sopra il reed e riportartarlo quasi alla tonalita giusta,il problema e’ che nel momento che perquoto il tasto la nota cresce e immediatamente si riassesta. alla tonalita’ giusta .considerando la sua conoscenza potrebbe aiutarmi a risolvere questo problema ? grazie saluti

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  • Antonio Antetomaso

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    Buongiorno Michele,

    eliminiamo il sig. sennò mi fai sentire anziano, Antonio è sufficiente :-D.

    Venendo al tuo problema, credo che sia un problema di regolazione del pickup ma così su due piedi è davvero difficile. In ogni caso, se non hai risolto da solo ti conviene portarlo da un accordatore, altrimenti rischi di fare danni. A Roma c’era Armando Micheletti, ma ora sembra aver chiuso. Tu di che zona sei?

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