Roland JX-10 – Nuova gloria ad un gigante del passato (seconda parte)

Written by Antonio Antetomaso on . Posted in Gear

Riprendiamo la nostra cavalcata alla scoperta del Roland JX-10 entrando, questa volta, nel dettaglio del percorso di sintesi.

Di Antonio Antetomaso

COPERTINA

Dico a te che leggi, dimmi la verità, ti sei perso la prima puntata? Non c’è problema, a patto che tu corra immediatamente a ripassare, pena bacchettate sulle mani.

Il JX-10 è una macchina molto potente anche se la sua architettura di sintesi è tutto sommato semplice e lineare, non dotata di accorgimenti particolarmente “esoterici” ma caratterizzata da alcune scelte progettuali a mio avviso geniali, da altre a mio avviso penalizzanti. Iniziamo a dare un’occhiata ad un diagramma di alto livello che illustra l’organizzazione a blocchi del synth, dal punto di vista del workflow di lavoro.

FIGURA1

Se vorrete ricordare quanto descritto nel primo articolo non vi riuscirà difficile comprendere il diagramma. Volendo ripercorrere brevemente:

  • Il synth offre 64 zone di memoria per contenere altrettante patches;
  • Ciascuna patch è composta da due timbri base detti toni e da un insieme di parametri globali che determinano come tali toni sono organizzati dal punto di vista esecutivo;
  • Sono offerti 50 toni user e 50 toni non modificabili;
  • Le patches e i toni possono essere salvati su una cartridge di memoria (M-64C);
  • Il synth offre inoltre settaggi relativi all’assegnazione dei (pochi) controlli sull’interfaccia e quelli relativi al MIDI.

 

Creare una timbrica da “scratch” significa percorrere sostanzialmente i seguenti passi:

  • Programmare il timbro desiderato per la sezione UPPER o selezionarne uno bell’e pronto;
  • Programmare il timbro desiderato per la sezione LOWER o selezionarne uno bell’e pronto;
  • Assegnare UPPER e LOWER alla patch e deciderne la modalità operativa (WHOLE, SPLIT, DUAL, T.MODE, X-FADE);
  • Editare i parametri globali della patch (volume, bilanciamento Upper/Lower, Detuning Upper/Lower, Portamento, Aftertouch e via discorrendo);
  • Assegnare un nome ai toni e alla patch (io dimentico sempre il primo passo);
  • Salvare scegliendo se scrivere nella memoria interna o sulla cartridge.

Detta così pare facile ed in realtà a conti fatti lo è…ma le insidie sono dietro l’angolo, specie per l’utente alle prime armi (come il sottoscritto appena preso il synth).

Andiamo avanti, il workflow sopra citato lascia intuire che il cuore del synth sia costituito dai toni naturalmente. E’ toccando quelli che mettiamo le mani sul cuore analogico della macchina ed è lì che stiamo andando giustappunto a “parare”.

Ciascun tono è, ripetiamo, ottenuto mediante un percorso di sintesi del tutto identico a quello realizzato all’interno del JX-8P che può essere schematizzato come segue:

FIGURA2

Nel dettaglio:

  • Due DCO regolabili in intonazione per piedaggi d’ottava da 16 a 2 ed offrenti dente di sega, quadra, impulsiva a simmetria NON variabile (il grassetto non è a caso), rumore bianco. DCO1 e DCO2 possono lavorare in sync secondo tre modalità (DCO2 slave e DCO1 master, ciascuno di essi influenzato dall’altro nel pitch e nel contenuto armonico, entrambe le modalità). Il pitch di ciascun oscillatore può essere modulato dall’unico LFO o da uno dei due generatori di inviluppo dosando l’incidenza di questi ultimi anche in base alla dinamica. Sia per DCO1 che per DCO2 è previsto un controllo di intonazione COARSE da -12 a +12 semitoni e, solo per il DCO2, un controllo di intonazione FINE per centesimi di semitono;
  • Un mixer per DCO1 e DCO2. Il livello di DCO2 può essere modulato con uno dei due inviluppi e l’indice di modulazione dosato sulla base della dinamica (carinissimo);
  • Un LFO offrente sinusoidale, quadra, random regolabile in rate e tempo di innesco;
  • Due inviluppi ADSR che possono essere innescati in modalità diretta od inversa per ciascun parametro da essi modulato (tranne per l’ampiezza del VCA);
  • Un stadio di filtraggio voltage controlled costituito da un filtro passa alto non risonante e regolabile in frequenza di taglio per valori discreti (0,1,2) e un filtro passa basso risonante (e come fischia). La frequenza di taglio di quest’ultimo può essere modulata da LFO, inviluppi, dinamica, key tracking;
  • Uno stadio VCA regolabile in guadagno e controllabile mediante l’inviluppo 2 o la tensione di GATE;
  • Un effetto CHORUS, il famigerato CHORUS Roland che cambia un timbro dalla notte al giorno conferendo calore, corposità e grinta. Irrinunciabile direi, specie nei pad morbidi e pastosi.

Uhm…e come lo programmo tutto sto ben di Dio?

 

A colpi di dito indice, menu e sotto menu

Pigiando prima sul tasto TONE, scegliendo UPPER o LOWER, usando il tastierino numerico per selezionare il parametro da modificare e ruotando poi l’alpha dial fino al valore desiderato. Ricordatevi di salvare (WRITE) una volta finito l’editing altrimenti vi toccherà ricominciare daccapo…non ditemi che non vi avevo avvisato.

In aiuto ci viene il seguente schema presente sul lato sinistro del pannello frontale del synth:

FIGURA3

Non è proprio il massimo della comodità, ma c’è di peggio. I parametri non sono poi molti, alla fine ci si abitua ed in fondo…voglio dire… chi ha la DX7 che dovrebbe dire?

 

Comperando il programmatore PG-800

…che costa (ad oggi) quasi quanto il synth, semplicemente perchè chi ce l’ha ha ben compreso il suo valore e la forte leva che ha nei confronti dei possessori di questa macchina.

FIGURA4

Tale oggetto, tipicamente appoggiato sul lato destro della tastiera e collegato mediante apposito incavo al retro, di fatto trasforma il synth in una macchina micidiale da live, con le seguenti uniche due limitazioni:

  • Si può editare un tono alla volta;
  • Al cambio di patch il programmatore, essendo prettamente elettronico e soprattutto meccanico, non aggiorna i suoi sliders naturalmente.

Il prezzo di un giocattolo del genere oggi si aggira intorno ai 400 euro, a patto di trovarne uno, naturalmente. Chi scrive ha effettuato una rapida indagine su eBay, su Mercatino Musicale… è veramente merce rara da trovare.

Direi che in merito al percorso di sintesi abbiamo detto tutto, veniamo alle critiche. Come ormai è noto, il synth ha pagato (a mio avviso) un po’ troppo alcune limitazioni che sono un po’ il suo marchio.

Procediamo per ordine.

Un primo limite di questa macchina è forse proprio la sua organizzazione delle patch in UPPER tone e LOWER tone: ciascuna patch punta ai due toni selezionati per essa, il che significa che se ho due patches diverse che condividono uno o entrambi i toni e apporto delle modifiche a questi ultimi per modificare la prima patch (ad esempio) mi vedrò modificata anche la seconda. E’ molto facile perdere il controllo se non ci si segna esattamente chi richiama cosa ma con un po’ di pratica ci si abitua. C’è da dire che, se usato a dovere, tale limite può rivelarsi uno strumento efficace per creare timbriche molto complesse a partire da toni relativamente semplici e questa cosa fa impennare di brutto il valore del JX-10 rispetto al fratellino minore JX-8P.

Il lavoro di Fred Vecoven (del quale discuteremo approfonditamente) ha contribuito poi a semplificare ulteriormente la vita.

Un altro limite pesante, forse il più pesante di tutti, è costituito dall’implementazione del protocollo MIDI che è un vero disastro. Nella macchina originale, il system exclusive ve lo scordate e non c’è modo di trasferire i suoni al computer via MIDI. L’unico modo di salvarsi il lavoro è su cartridge. Scordatevi anche la gestione dei messaggi di CC per controllare i parametri di sintesi. A malapena c’è il program change, il sustain, l’aftertouch e la dinamica e poco di più.

Anche qui, Vecoven ha detto la sua riscrivendo pesantemente le regole del gioco.

Altro punto di debolezza è costituito dal circuito di aftertouch, costituito, come in molte macchine dell’epoca, da una barra sensore di feltro, gomma conduttrice e due strisce di materiale conduttore (tipicamente ottone), il tutto collegato alla motherboard principale. In foto una sezione della barra, vista di fronte.

FIGURA5

Il problema di un tale meccanismo è nel fatto che con il tempo i conduttori di ottone tendono ad ossidarsi e non conducono più. In questo sito, com è presente molto materiale relativo alla procedura di restauro dell sensore che consiste sostanzialmente in:

  • Aprire la tastiera;
  • Smontare tutti i tasti;
  • Sollevare la parte superiore della barra di aftertouch;
  • Pulire con alcohol isopropilico e cotton fioc la parte superiore;
  • Pulire con alcohol isopripilico e cotton fioc i conduttori inferiori;
  • Passare della polvere di grafite per lucidare (si trova in ferramenta) sui conduttori inferiori, avendo cura di stenderla bene con un cotton fioc;
  • Richiudere e provare: se l’aftertouch è eccessivo tocca rimuovere un po’ di polvere.

FIGURA6

Ho provato personalmente la procedura sul mio synth che, come da copione ha l’aftertouch non funzionante e, ahimè, non ho avuto successo, probabilmente il problema è da ricercarsi altrove. Dai feedback di altri utenti ho letto ad ogni modo che la procedura ha successo nel 99% dei casi…si vede che io faccio parte del restante 1%. Ad ogni modo non mi sono perso di coraggio, eh eh eh.

Per il resto, il synth è una bomba, riempie il mix con una facilità disarmante e soprattutto costa ancora poco, considerato il fenomeno della lievitazione dei prezzi delle macchine vintage. E’ possibile portarsene a casa uno in ottime condizioni a poco più di 500 euro, a patto di pazientare un po’ con le ricerche.

La prossima volta parleremo delle attività di reingegnerizzazione che, come immaginate, vanno ad affrontare/risolvere praticamente tutte i punti di debolezza discussi di sopra.

Restate con me.

 

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Comments (2)

  • enrico

    |

    Buongiorno. Ho letto i due articoli su questo bellissimo sintetizzatore e con molto piacere mi ritorna in mente il JD 800: è una evoluzione potenziata del JX 10 oppure si tratta di una macchina diversa? Grazie.

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  • Enrico Cosimi

    |

    JD 800 è una generazione differente; tra l’altro, dovendo entrare nella “famiglia JD”, converrebbe prendere in considerazione il rack JD 990 che, per molti versi, è era assai preferibile

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