Roland JX-10 – Nuova gloria ad un gigante del passato (prima parte)

Written by Antonio Antetomaso on . Posted in Gear

In un mondo in cui i mini tasti, i mini controlli e i mini jack regnano sovrani, dove vale il motto “piccolo è bello”, in un mondo di Reface, Boutique, mini di qua e micro di là, scegliamo in questo appuntamento di salire sulla “DeLorean” del tempo e di puntare dritti all’anno 1985, nel quale oltre a Doc. Emmeth Brown, Marty McFly e Biff Tannen, era possibile imbattersi nel famigerato Roland JX-10 (per gli amici Super-JX). A patto di avere i soldini naturalmente…eheheheh

Di Antonio Antetomaso

COPERTINA

Sia ben chiaro che chi scrive trova le nuove tecnologie e il fenomeno “miniaturizzazione” affascinanti, soprattutto perchè a pochi soldi si può provare l’ebbrezza di tecniche sintesi che hanno fatto la storia e che risultano di fatto sempre verdi. Il tutto condito con le moderne possibilità di interfacciamento e arricchito con ammennicoli che semplicemente all’epoca sarebbe stato troppo costoso realizzare…non è meraviglioso?


Ve lo immaginate il Jupiter 8 di Roland con uno step sequencer come quello dell’odierno JP-08 a bordo? Non vi sarebbe bastato un mutuo…

Orbene torniamo a noi, sempre chi scrive è stato letteralmente folgorato dal protagonista di questa nuova serie di articoli, dopo essersi imbattuto per caso nell’attività di reverse engineering condotta da  Fred Vecoven il quale (ne parleremo a fondo) si è cimentato con notevole successo nientepopodimenoche nella riscrittura del micro codice a governo della tastiera e in altre attività di potenziamento e valorizzazione di essa.

Dopo aver letto con notevole interesse quanto approntato da Fred, raccontato con notevole maestria da uno dei beta tester del suo lavoro, il mio caro amico Michele Tornatore (che saluto) e dopo aver preso contatti con quest’ultimo e aver chiesto consigli in merito all’acquisto e all’aggiornamento, lo scrivente ha investito i suoi pochi spiccioletti in un meraviglioso esemplare di JX-10 per poi lanciarsi a ripercorrere l’attività di aggiornamento cercando di contribuire per quanto possibile alla valorizzazione di questo strumento, ingiustamente lasciato un po’ troppo nell’ombra.
In altre parole è nato un amore che ancora perdura e che, se mi permettete, vorrei provare a condividere con voi.
Tralasciando per un attimo i sentimentalismi ed entrando nel merito della questione vorrei proporvi il seguente tour guidato:

  1. Panoramica del synth e dell’interfaccia di controllo
  2. Architettura del synth originale e percorso di sintesi
  3. “Critiche” al synth originale
  4. Le attività di reingegnerizzazione di Colin Fraser e Fred Vecoven
  5. Alcune attività di valorizzazione: KiwiTechnics, iPG-800 e….perchè no….anche il mio miserevole tentativo con Liine Lemur

Inutile dirvi che di carne al fuoco ce n’è tanta e troppo ancora ce ne sarebbe da dire, per cui, non me ne vogliate, ma organizzeremo il tutto in diversi appuntamenti.
Iniziamo allora il viaggio con una panoramica della macchina.

FIGURA1

Per chi non lo conoscesse, il Roland JX-10, per gli amici Super JX, è un sintetizzatore analogico polifonico a 12 voci, con tastiera a 76 tasti dotata di dinamica e (sigh) di aftertouch (capiremo più avanti il perchè del sospiro).

Trattasi di una macchina vintage, prodotta da Roland dal 1984 al 1989 e, di fatto, può essere considerata la sorellona maggiore dell’altrettanto glorioso JX-8P, del quale si è parlato in questo articolo.

FIGURA2

Oltre ai 76 tasti, rispetto al JX-8P il JX-10 offre un (basilare) step sequencer a bordo, un effetto Chorus differente e, di fatto, la possibilità di organizzare in layer o in split due timbri JX-8P. Mi spiego meglio, di fatto la tastiera può essere vista come la composizione di due sintetizzatori JX-8P, ciascuno dei quali realizza una timbrica ben precisa.

Le due timbriche separate, chiamate toni, possono essere organizzate e suonate secondo diverse modalità.

In gergo JX-10, i due toni sono definiti upper tone e lower tone, semplicemente perchè il primo è assegnato alla parte destra della tastiera (di default dal C4 in su) mentre il secondo alla parte sinistra della tastiera ( di default dal B3 in giù).

Torneremo approfonditamente sull’architettura di sintesi della macchina, allo scopo di evidenziarne pregi e difetti. Per ora vi basti sapere che tale organizzazione costituisce di fatto “croce e delizia” di questo giocattolo.

Ancora, il sintetizzatore è (stato) commercializzato anche in versione rack-mountable, chiamata a sua volta MKS-70.

FIGURA3

Del tutto identica alla versione a tastiera, l’MKS-70 vanta una migliore implementazione MIDI, quantomeno nella versione originale commercializzata negli anni 80.

Diamo un’occhiata con la lente di ingrandimento all’interfaccia di programmazione, assolutamente semplice ed intuitiva ma (ahimè) basata su pulsantoni, menu e sotto-menu. In altre parole, pochi “pippoli” con i quali godere in una situazione live, per dirla in modo più diretto, per cui, se siete alla ricerca di un synth vintage con cui smanettare mentre suonate non è questa la macchina che fa per voi.

Procediamo per passi iniziando con il dire che la tastiera offre 64 zone di memoria per immagazzinare altrettante patches e 100 zone di memoria per immagazzinare altrettanti toni. I toni da 1 a 50 possono essere modificati e sovrascritti, i toni da 51 a 100 invece sono scolpiti in ROM e sono fissi. Se volete modificarli dovete prima effettuare una copia in una delle prime 50 zone di memorie.

Ciascuna patch può essere vista come l’insieme di:

  1. Un numero di tono per la parte UPPER
  2. Un numero di tono per la parte LOWER
  3. Un insieme di regolazioni per altrettanti parametri “globali”, validi, cioè, a livello di patch

Le 64 patch e i primi 50 toni possono essere salvati su una cartuccia di memoria (M-64C)

FIGURA4

Ciascuna patch è caricabile istantaneamente attraverso la pulsantiera alfanumerica mostrata di seguito.

FIGURA5

La lettera stabilisce il banco, il numero indirizza univocamente la patch all’interno del banco, lapalissiano direi. Una volta selezionato il banco (da A ad H), è possibile caricare le singole patches al suo interno pigiando soltanto sul numero desiderato.

Per selezionare il numero di tono desiderato da assegnare alla sezione UPPER o alla sezione LOWER si utilizza invece il tastierino numerico:

FIGURA6

Operata la scelta, una ricca pigiata su ENTER confermerà il tutto. Il medesimo tastierino numerico serve anche a selezionare il parametro che si vuole editare in fase di programmazione delle nostre timbriche.

Ciascun numero di parametro può avere senso o meno secondo la macro categoria di parametri sulla quale stiamo intervenendo. Per decidere a quale categoria di parametri accedere si usa la seguente sezione di interfaccia:

FIGURA7

Per regolare il valore da assegnare a ciascun parametro si utilizza l’alpha dial:

FIGURA8

Maggiormente nel dettaglio:

  1. Con il tasto PATCH scelgo di operare sui parametri globali di una patch
  2. Con il tasto TONE scelgo di operare sui parametri relativi al tono selezionato
  3. Con il tasto MIDI scelgo di operare sui parametri MIDI naturalmente
  4. Con i tasti UPPER/LOWER scelgo su quale dei due toni della patch caricata intervenire
  5. Con il tasto NAME assegno un nome alla patch caricata, in questo caso il tastierino numerico serve per utilizzare le cifre da 0 a 9;
  6. Con i tasti PARAM/VALUE scelgo se usare l’alpha dial per scorrere in modo veloce attraverso tutti i parametri della sezione caricata oppure se impostare il valore numerico per il parametro selezionato
  7. Con il tasto WRITE scelgo se salvare la patch, i toni UPPER e LOWER, i parametri MIDI ecc.
  8. Con il tasto MASTER TUNE regolo l’intonazione dello strumento
  9. Con i tasti INT–>CART e CART–>INT copio i suoni dalla card alla memoria interna e viceversa
  10. Con il tasto RECALL richiamo il tono originale, durante la fase di editing per comparare il “PRIMA” e il “DOPO”
  11. Con il tasto FUNCTION DISPLAY scelgo cosa mostrare sul display durante l’esecuzione

Andiamo avanti con, forse, la sezione più importante dell’interfaccia:

FIGURA9

In particolare, la sezione KEY MODE consente di stabilire il modo di organizzare i due timbri LOWER e UPPER dal punto di vista dell’esecuzione del musicista:

  1. DUAL: UPPER e LOWER sono in layering con possibilità di detuning tra di loro e con una polifonia massima di 6 note
  2. SPLIT: UPPER e LOWER sono ripartiti in due zone. Dal C3 in su UPPER, dal B2 in giù LOWER. Il punto di split può essere ovviamente variato
  3. WHOLE: un solo timbro a scelta tra LOWER e UPPER. Quale che sia è deciso dal parametro “KEY MODE”, disponibile nell’insieme dei parametri globali della patch caricata ed è rapidamente selezionato anche pigiando più volte sul tasto WHOLE.

Sotto al cofano, anche la modalità T.MODE e X-FADE: la prima consiste in uno split di UPPER e LOWER sulla base della dinamica, la seconda in un crossfade tra i due timbri ugualmente regolato dalla dinamica. Niente male, ma non è finita qui.

La modalità CHASE PLAY consente di eseguire, alla pressione di una nota, UPPER e LOWER sfasati nel tempo con possibilità di regolare il numero ripetizioni di uno dei due toni secondo un algoritmo preciso. Una sorta di effetto delay multi timbrico. Va da sè che se assegno ad UPPER e LOWER uno stesso tono ottengo un ottimo delay che va a compensare la mancanza dell’effetto vero e proprio, ragionate?

Vi assicuro che è una delle modalità più divertenti offerte dalla tastiera e tra l’altro non mi è mai capitato di vedere una roba simile in un synth…sarà che ho poca esperienza!

Icing on the cake, la tastiera offre la possibilità di utilizzare due slider assegnabili e un pedale di switch on/off per controllare alcuni parametri di una patch (es. il bilanciamento tra upper e lower, il volume della patch ecc.). Nella versione originale del synth si possono assegnare solo 5 o 6 parametri ai due slider C1 e C2 e al pedale….ehm…si….nella versione originale eh, eh, eh.

Ad ogni modo, i pulsanti C1, C2 e PEDAL SWITCH consentono di scegliere, unitamente all’alpha dial, quale parametro assegnare.

La macchina originale offre un rudimentale sequencer che per essere utilizzato necessita di una cartrige M-16C. Se non la trovate non fatene un dramma, l’utilità del sequencer è pressochè limitata e, tra l’altro, viene meno se decidete di affidarvi al lavoro di Fred Vecoven.

FIGURA10

Tutto a sinistra, abbiamo i seguenti (pochi) controlli per variare in tempo reale la timbrica prodotta:

FIGURA11

Oltre al volume di uscita dello strumento, abbiamo i due slider C1 e C2, uno slider con cui dosare la quantità di bending, uno con cui regolare il sensore dell’aftertouch e uno switch con cui commutare tra le patch interne e quelle sulla card (se presente). Pitch bending e (solo) pitch modulation sono regolati mediante la leva in basso.

Diamo un’occhiata al lato B dello strumento:

FIGURA12

Da segnalare in particolare le 4 Connessioni sbilanciate. Se usate tutte e 4 è possibile sentire LOWER e UPPER su due canali stereo separati…immaginate che musica!!

Veleggiamo velocemente verso la conclusione di questo primo appuntamento con qualche considerazione. In primis, che ci faccio con uno strumento siffatto? Presto detto: il synth eccelle su synth pads, synth brass e synth strings ma se la cava benone anche sui bassi e sulle timbriche lead. Meno bene sulle timbriche di emulazione, com’è lecito aspettarsi. Benchè siano presenti dei convincenti piani elettrici, scordatevi la dinamicità delle timbriche FM.

In secundis è un synth che vanta ancora una comunità di appassionati vasta e attiva. Vi segnalo un ottimo sito su cui si trova di tutto, addirittura la digitalizzazione delle brochures dell’epoca, oltre a dozzine di patches da scaricare.

Vi segnalo inoltre il gruppo “rolandjxanalogs” su groups.yahoo.com, altra grande risorsa per questo synth, oltre infine al gruppo Facebook “Roland JX-10/MKS-70 e JX-8P”, altrettando valido.

La prossima volta entreremo nel dettaglio del percorso di sintesi e analizzeremo i punti deboli della macchina che probabilmente hanno determinato una sua non eccessiva diffusione sul mercato. Nel frattempo godetevi una esibizione mirabolante a cura del mio caro amico Sebastian Galassi che vi mostra come può essere usato il synth.

FIGURA13

 

Stay tuned!

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Comments (1)

  • Attilio De Simone

    |

    I Roland degli anni ’80 hanno un suono ottimo, che ha segnato un decennio di musica. Personalmente, però, preferisco gli Oberheim OB8 e OBX e il successivo Xpander (il più completo, anche se gli OB hanno un suono più potente).

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