C’è polifonico e polifonico: qualche esempio

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Tutorial

Ieri, parlavamo delle differenze “interne” al funzionamento di un sint polifonico rispetto al sistema monofonico. A questo punto, sarà meglio ragionare su cosa non c’è nel sistema polifonico, facendo riferimento ai rutilanti Anni 80 dello scorso secolo.

Di Enrico Cosimi

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Come direbbe un ben noto parlamentare: con la crana, si aggiusta tutto… E’ ovvio che, potendo pagare, si può pretendere una struttura di sintesi polifonica tanto densa di moduli e comportamenti da far impallidire il monofonico “tipo”… E’ altrettanto ovvio che il polifonico di fascia alta risulterà costoso, difficile da gestire, difficile da progettare e impaginare sul pannello comandi; una vera medaglia a due facce.

Vediamo di fare qualche esempio banale. Ci limiteremo a tre casi, ma l’esperienza (e la curiosità) individuale porterà il lettore a facili collegamenti mentali.

 

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Oberheim OBX – 1979

Nei limiti dell’impostazione tecnologica volutamente semplificata (l’OBX rappresentava un passaggio evolutivo nei confronti del più completo e ostico SEM Eight Voice…), è stato uno strumento che ha definito parametri di riferimento per molte altre realizzazioni successive.

Due oscillatori audio, ciascuno in grado di generare alternativamente rampa o quadra a simmetria variabile, accordabili su un range di cinque ottave, con detune dedicato al solo secondo oscillatore (il primo era considerato sempre in linea con l’intonazione nominale), più un noise generator fornivano i segnali da inviare al filtro passa basso 12 dB/Oct Low Pass risonante. In mancanza di un mixer vero e proprio, veniva lasciata all’utente la possibilità di accendere/spegnere il segnale del primo VCO, di accendere full/half o spegnere il segnale del secondo VCO e di accendere full/half o spegnere il segnale del noise. Il Keyboard Tracking, non regolabile, poteva essere gestito esclusivamente attraverso on/off. In uscita al filtro, l’audio raggiungeva l’amplificatore VCA, dotato di un proprio generatore d’inviluppo ADSR dedicato. OBX è stato uno dei primi polifonici a chiarire la costosa necessità del doppio inviluppo Filter-ADSR e Amplifier-ADSR, con i quali costruire le timbriche in maniera articolatamente flessibile. Gli otto potenziometri di attacco, decadimento, sustain e rilascio divennero, in breve uno standard grafico che ha caratterizzato i sogni di molti sintetisti wannabe.

La modulazione ciclica era fornita da un LFO con onda sinusoide, quadra o sample & hold, applicabile con due quantità indipendenti sulle frequenze dei due oscillatori e filtro (individualmente abilitate) e sulle simmetrie delle due onde quadre (individualmente abilitabili); in questo modo, con una matrice di cinque interruttori destinazione  due depth regolabili, si poteva dosare la stessa sorgente di modulazione in quantità differenti verso punti critici – e spesso conflittuali – della programmazione analogica.

La presenza di due oscillatori indipendenti apriva la porta – in polifonia – a ben noti trucchi della sintesi monofonica: il secondo oscillatore era sincronizzabile al primo e, conseguentemente, utilizzabile per feroci sweep timbrici; in aggiunta, si poteva innescare la X-Mod incrociata tra gli oscillatori, per produrre timbriche metalliche.

In aggiunta, era possibile sfruttare il portamento polifonico, con regolazione di velocità, o la sovrapposizione in unison delle voci disponibili (l’apparecchio era venduto con 4, 6 o 8 voci indipendenti), o l’articolazione in Hold e Chord. Il Pitch Bend era disabilitabile dal secondo oscillatore e regolabile sopra un’escursione narrow/broad che forniva espressive capacità di esecuzione.

Quattro banchi da otto memorie ciascuno fornivano la quantità standard di 32 patch memorizzabili. Le cinque ottave, ovviamente non sensibili alla dinamica, completavano il resto.

Era una macchina potente, per gli standard virtual analog di oggi, limitata nella flessibilità di programmazione, ma – per la realtà dell’epoca – incredibilmente compatta e performante dal punto di vista della gestione simultanea (in monotimbricità) delle voci di polifonia. Il lettore curioso potrebbe trovare interessante mettere a paragone questa struttura di voce con quella, monofonica, del successivo OB-1…

 

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KORG Polysix – 1981

Sei voci di polifonia, ciascuna delle quali dotata di:  un oscilllatore con sub oscillatore, filtrati low pass e successivamente amplificati. L’unico generatore d’inviluppo ADSR disponibile è collegato full range all’amplificatore e gestito attraverso attenuatore in direzione del filtro. Il filtro può essere moduato dal keyboard tracking liberamente variabile.

L’oscillatore produce sawtooth, pw/pwm; la sub oscillazione può avvenire a -1 e -2 ottave; la modulazione pwm sfrutta un lfo indipendente e dedicato. L’amplificatore è gestibile da inviluppo o da Gate di tastiera. L’oscillatore a bassa frequenza “ufficiale” si chiama MG-Modulation Generator, e può essere indirizzato alternativamente e non cumulativamente a VCO, VCF o VCA. Possiede regolazioni di Frequency, Delay iniziale e Level. La modulazione di frequenza sull’oscillatore è scalata attraverso Mod Wheel. L’unica forma d’onda disponibile è la triangolare.

Pochino, non è vero? Per correre ai ripari, ecco arrivare una sezione Effects che offre Chorus, Phase, Ensemble selezionabili e personalizzabili in Speed/Intensity. C’è anche un arpeggiatore di tastiera con range variabile (full, 2 oct, 1 oct), direzione (up, down, up & down), latch e speed controllabile.

Le sei voci di polifonia sono gestibili in (attenzione…):

  • Poly (rotate)
  • Unison (tutte e sei sempre on line, con last note priority)
  • Chord Memory (memorizzazione dell’intervallo e trasposizione realtime tramite tastiera)
  • Hold (congelamento delle note impegnate).

A fronte di un buon successo commerciale, e di una recente rivalutazione vintage, è chiaro che i risultati timbrici ottenibili col Polysix erano di tipo “minimo sindacale”, specie se paragonati ad un buon monofonico bene articolato. Di fondo, lo sfruttamento delle sei voci tanto in polifonia, quanto in unison stack, garantiva una flessibilità operativa onestamente rapportata al prezzo (originale) richiesto.

 

Juno 60

Roland Juno-60 – 1982

Ancora una volta, sei voci, costruite attorno ad un oscillatore multiwave in grado di produrre rampa e quadra o impulsiva a simmetria variabile, più noise e sub oscillazione di rinforzo. Il timbro di base dell’oscillatore era potenziato dalle modulazioni PWM manuale o automatizzata transiente/ciclica (env/lfo) e confluiva nel filtro low pass 24 dB/Oct passa basso risonante, da questo passava all’amplificatore subordinabile gate/env – ma dotato di Level control indipendente e, finalmente alla chorus board (analogica BBD), previo trattamento di filtraggio HPF per la pulizia sulle basse frequenze.

Le modulazioni erano fornite dal generatore d’inviluppo ADSR, disponibile per la PWM, la Cutoff Frequency del filtro passa basso e il VCA; un LFO singola forma d’onda, con delay iniziale e trig mode selezionabile su auto o manual.

Il Bender integrato poteva essere ruotato, con quantità indipendenti, su frequenza degli oscillatori o apertura del filtro; la modulazione del LFO poteva essere subordinata all’apertura del performance control LFO Trig.

Come tradizione Roland, per il periodo, l’arpeggiatore di bordo poteva essere utilizzato Up, Down, Up & Down, in range variabile tra 1, 2 e 3 ottave.

Anche in questo caso, le possibilità timbriche del “pad world” erano limitate alla tavolozza espressiva offerta dalla struttura singolo oscillatore-filtro-amplificatore e, peggio ancora, dal singolo generatore d’inviluppo.

 

A questo punto, siete in grado di apprezzare perché un sint monofonico può suonare, non meglio o peggio, ma semplicemente “diverso” da un sint polifonico? 

E, ancora, siete in grado di apprezzare perché certe macchine polifoniche cost(av)ano più di altre?

:-)

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Comments (5)

  • Attilio De Simone

    |

    Sicuramente l’Oberheim OBx resta uno degli strumenti principi dei polifonici (e che da filo da torcere anche a qualche polifonico). Uno dei prodotti migliori di casa Oberheim. Il Korg Polysix e il Roland Juno fanno il minimo sindacale, ma le possibilità di intervento sono molto limitate. I colori timbrici disponibili sono pochi. Da questo elenco di esempi noto un’assenza eccellente: quella del Prophet5. Sarà un’idiosincrasia per l’approccio di Dave Smith? Comunque è strani vedere come il Prophet sia rimasto nell’immaginario collettivo dei musicisti mentre l’OBx, che è molto più performante ed affidabile, no.

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    • Attilio De Simone

      |

      la frase
      e che da filo da torcere anche a qualche polifonico
      è da intendersi come
      e che da filo da torcere anche a qualche monofonico

      Scusate il lapsus

      Reply

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