Variphrase: il dominio del tempo (seconda parte)

Written by Jacopo Mordenti on . Posted in Software, Tutorial

… ed eccoci qua, con in testa due chiodi fissi: il secondo è la costruzione, a costo 0, di campioni evolutivi da dare in pasto al nostro V-Synth. Gli ingredienti gratuiti per ottenerli: una DAW semplice semplice (perdipiù portable: MuLab Free) e Zebralette di U-he. Pronti, attenti, via?

Di Jacopo Mordenti

zebralette

Nello sguazzare in un nuovo progetto all’interno della nostra DAW, andiamo a creare una traccia MIDI a cui assegnare, quale output, Zebralette.

Creiamo – anche a colpi di mouse, tanta è la semplicità della cosa – uno specifico evento MIDI: una nota C3 della durata di 1 battuta. Regoliamo i BPM del progetto sul valore di 120; mettiamo in loop la prima battuta e diamo play. Il piattume si fa largo, ma non è il caso di badarci: andiamo avanti.

mulab

Zebralette, che pure offre all’utente un’architettura di sintesi relativamente minimale, nel suo arco ha una freccia non da poco: la possibilità di modulare – dunque di alterare nel dominio del tempo – il profilo della forma d’onda dell’oscillatore. Il principio è quello della cara, vecchia sintesi per wavetable, che prevede da una parte una tabella di forme d’onda, dall’altra un modulatore (un inviluppo, un LFO, ecc. ecc.) intento a scandagliare in largo e in lungo quella stessa tabella. Guarda caso, Zebralette dispone di:

  • Un oscillatore che accede a una tabella di 16 forme d’onda. Esse – udite! udite! – possono essere disegnate dall’utente: non male.
  • Un inviluppo molto evoluto – quasi uno step sequencer, per certi versi – di fatto clockabile ai bpm, grazie al quale la tabella di cui sopra può essere rivoltata come un calzino..

zebralette waveform

Al lavoro: cominciamo con l’ottimizzare le risorse a disposizione, regolando i parametri operativi Voices e Mode rispettivamente su Few e legato. Passiamo poi alla sezione Waveform, dove interveniamo in merito a:

  • Waveform: la manipolazione delle sedici forme d’onda a disposizione può interessare il profilo grafico di esse (modalità GeoMorph), oppure il loro spettro armonico (SpectroMorph). Non solo: in modalità GeoBlend o SpectroBlend le forme d’onda possono essere disegnate a mano libera. Cominciamo con il selezionare GeoMorph, e divertiamoci a creare la nostra personalissima wavetable a colpi di punti e linee. In preda alla curiosità, potremmo anche concederci un clic con il tasto destro sulla forma d’onda, tanto per vedere le opzioni a disposizione…
  • WaveWarp: bisognerà pur cominciare da una qualche forma d’onda, vi pare? Scegliamo 1, così da decollare dalla prima delle sedici forme d’onda disegnate.
  • Resolution: quanto vogliamo sia brusco il passaggio da una forma d’onda a un’altra? Rimaniamo su di un valore medio – il 5.00 propostoci di default va benissimo – ma teniamo conto di come valori inferiori rendano il passaggio più sfumato, e di come valori superiori contribuiscano di fatto alla ritmicità del risultato.
  • Mod: quanto vogliamo modulare la lettura della nostra tabella? Regoliamo il valore sul massimo possibile, indicando come sorgente MSEG1.

zebralette mseg

Non resta che mettere mano, giustappunto, a MSEG1 e ai suoi primi 9 point/step, che trasciniamo all’interno dei primi quattro quarti (il che significa all’interno della prima battuta, la stessa che stiamo mandando in loop). Un clic con il tasto destro sul primo step, collocato su 1, e op-là: abbiamo il nostro loop start. Un clic con il tasto destro sul nono, collocato su 5, e op-là: abbiamo il nostro loop end. E i sette step in mezzo al guado? Li collochiamo dove meglio crediamo, fermo restando che per un risultato ritmico facilmente gestibile potrebbe essere opportuno sfruttare degli intervalli precisi sull’asse orizzontale (ad es. gli ottavi della battuta); l’asse verticale potremmo invece sfruttarlo per esasperare il passaggio da un punto all’altro della wavetable.

Il più è fatto, quanto meno in termini di impalcatura. Evidentemente stravolgere il quadro è solo questione di pazienza e cuorisità: si possono battere tutte le strade non battute finora (in termini di generazione della forma d’onda, di risoluzione della lettura, di collocamento degli step, ecc. ecc. ecc.), o anche arricchire il risultato finale con tutte quelle chicche di Zebralette su cui abbiamo colpevolmente sorvolato (FX1, FX2, Sync, Phase, ecc. ecc. ecc.). Il concetto di base deve però rimanere lo stesso: una specifica nota il cui timbro si evolve nell’ambito di una battuta, a una velocità predeterminata. Esportiamo – in mono – il risultato, così da ottenere un file WAV da dare in pasto al Variphrase del V-Synth… e aspettiamo fiduciosi la terza parte di questo articolo.

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Comments (3)

  • Michele

    |

    … mi hai incuriosito! Ma se non ho il V Synth come posso fare? C’è quache alternativa economica (sul versante softsynth per esempio) per potere sperimentare un po’?

    Grazie

    Reply

    • Jacopo Mordenti

      |

      Come segnalato da Enrico, una soluzione è trovare un motore di sintesi in grado di gestire elasticamente il campione. Il punto decisivo è: questa gestione avviene in realtime (come nella VariPhrase del V-Synth) o “a freddo” ?

      A presto con la terza parte!

      Reply

  • Enrico Cosimi

    |

    beh, senza V-Synth e senza VariPhrase, non ti rimane che tentare la via dell’elastic audio attraverso time stretch/pitch change

    non è la stessa cosa, ma ci va vicino 😉

    Reply

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