Roland Boutique JX-03

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear

Eccoci al secondo appunamento approfondito sui gioiellini della Boutique Series Roland. Questa volta, è il turno del JX03, versione digitale dello storico modello Jx-3p, del quale ci siamo lungamente occupati qui sulle pagine di Audio Central Magazine.

Di Enrico Cosimi

apertura JX-03

Velocissimamente, ricorderemo come il modello 3p originale sfruttasse pesantemente la comodità del doppio DCO per fare interagire le due sorgenti sonora in regime di Cross Modulation e Metal; in questo modo, era possibile generare timbriche particolarmente aggressive, dal punto di vista del contenuto armonico, senza eccessivi sforzi. Proprio l’aggressività timbrica, ieri come oggi, è la cifra interpretativa più adatta per definire velocemente il suono prodotto dallo strumento. Anche oggi, il modulo Boutique JX-03 segue le orme paterne.

Lo strumento

Come gli altri due apparecchi della Boutique Series, anche JX-03 è alloggiato nel compatto case auto alimentabile e auto amplificabile; valgono, da questo punto di vista, tutte le descrizioni hardware precedentemente fornite – questo ci permetterà di andare veloci – e valgono, già che ci siamo, tutte le caratteristiche enunciate nei confronti dello Step Sequencer di bordo e delle meno appariscenti funzioni di sistema.  Possiamo concentrarci sul motore di sintesi.

Un avvertimento preliminare! I tre apparecchi Boutique possono essere usati come interfaccia audio USB, con tanto di MIDI-over-USB in standard 16 bit lineari 44.1 kHz (nulla di particolarmente stellare, ma sempre benvenuto). Il tutto, a patto che l’utente si degni di scaricare l’apposito driver Mac/PC e – cosa più insidiosa – a patto di avere il sistema operativo richiesto. Nel caso del Mac, è almeno il 10.9. In caso contrario, semplicemente, il computer ignora le unità esterne.

Il motore di sintesi

E’ facilmente gestibile, specie se già si ha un minimo di pratica con il mondo dei polifonici Roland Anni 80.Come al solito, la versione Boutique forza la massima polifonia a 4 voci, mentre lo strumento originale aveva sei voci simultanee; chiarito questo, il percorso di voce è lo stesso: ci sono due DCO più Noise Generator, i cui segnali sono prima filtrati low pass in un modulo risonante, poi amplificati in una sezione VCA. La somma delle quattro voci raggiunge uno stadio high pass non modulabile e, da questa, passa nello stereo chorus. Facile facile facile. Andiamo per ordine con le funzioni disponibili.

Sorgenti sonore DCO – Noise Generator

Il DCO 1 è dotato di regolazioni relative a Waveform (produce onde sinusoide, triangolare, rampa, impulsiva al 20 %, quadra, rumore rosa.

L’integrazione del Noise Generator all’interno della struttura di controllo lo “degrata” a semplice fornitore di “segnale non intonato” alternativo alle altre forme d’onda. Nel vecchio panorama analogico, questo corrispondeva ad una precisa indipendenza circuitale. 

La frequenza del DCO1 può essere controllata per ottave scegliendo il piedaggio desiderato compreso tra 64’ e 2’. Tanto la scelta delle forme d’onda, quanto l’escursione di frequenza è superiore alla possibilità offerta nello strumento originale (potenza del digitale…).

Perchè non è possibile controllare l’intonazione del primo DCO con un’accuratezza superiore alla semplice selezione di ottava? Perchè, nella pratica dei sintetizzatori commerciali, allora come oggi, è praticamente impossibile che “tutti” gli oscillatori lavorino in intonazione non nominale. Eventuali intervalli diversificati potranno, quindi, essere ottenuti lavorando all’interno del DCO 2. 

La frequenza del DCO 1 può essere controllata abilitando la ricezione differenziata dei segnali LFO e ENV; per i due DCO, non è possibile variare gli indici di modulazione, ma si può decidere chi riceve cosa.

Il DCO 2 è più ricco di controlli e permette la gestione della frequenza attraverso tre controlli di Range, Tune e Fine Tune; nel primo caso, si decide l’ottava attraverso piedaggio 64’-2’; nel secondo, si stabilisce la deviazione di semitono (è possibile raggiungere tutti gli intervalli desiderati nell’ottava; nel terzo, infine, si lavora con l’accordatura fine, decidendo quanto crescente o calante debba risultare il secondo DCO nei confronti del primo. In questo modo, è facile ottenere timbriche corpose e animate attraverso lieve scordatura.

Le forme d’onda prodotte sono quelle del DCO 1, con la differenza che, questa volta, il Noise generato è di tipo Pink (quindi, maggiormente bilanciato nei confronti delle basse frequenze).

Anche in questo caso, è possibile abilitare la ricezione dei segnali modulanti prodotti da ENV e LFO.

Cross Modulation

I due oscillatori possono interagire tra loro offrendo diversi algorimi di elaborazione timbrica; anche in questo caso, JX-03 ha più frecce al suo arco di quante non ne fossero effettivamente disponibili nella macchina originale:

  • SYNC 1-2; è possibile ottenere due intensità diverse di sincronizzazione tra DCO 1 (master) e DCO 2 (slave); nel timbro di quest’ultimo, la forzatura sul ciclo di forma d’onda produrrà armoniche estranee al segnale originale, con notevolissime caratterizzazione timbrica. Per ottenere un classico suono Anni 80, non rimane che modulare l’intonazione dell’oscillatore slave, sotto sync, con una generosa dose di ENV modulation.
  • MET 1-2; il segnale audio prodotto dal DCO 1 è usato per controllare la frequenza del DCO 2. Anche in questo caso, sono disponibili due livelli differenziati d’intervento. Il risultato timbrico ottenibile nel DCO 2 è clangoroso e, il neologismo lo rivela, facilmente assimilabile al trattamento attraverso Ring Modulation.
  • RING; come accennavamo in precedenza, JX-03 ha più cose di quante non ne fossero previste nel Jx-3p… non solo due tipi di Sync e due tipi di Metal, ma anche l’emulazione di un Ring Modulator vero e proprio, che processa i segnali generati dai DCO 1 e DCO 2.

Modulazioni

Accennavamo come fosse possibile, in DCO 1 e 2, definire quando ricevere LFO e ENV modulation. I quattro interruttori disabilitano, coppia contro coppia, la ricezione delle sorgenti di modulazione, ma JX-03 offre solo due indici di modulazione: uno per il segnale di ENV (con tanto di selettore polarità normale/invertia) e l’altro per il segnale LFO. Dal momento che molto difficilmente nella pratica di programmazione polifonica, è necessario diversifivare le escursioni di pitch enveloping, il problema è minimo. Allo stesso modo, quando si usa il segnale generato via LFO per gestire l’intonazione, è molto probabile che possa servire lo stesso amount di vibrato su tutti e due i DCO. Ancora una volta, nella pratica quotidiana l’appartente limitazione potrebbe dimostrarsi, appunto, apparente…

La somma dei segnali generati è governata da un crossfader Source Mix posto in ingresso alla sezione di filtraggio.

Trattamento audio VCF – HPF – VCA – Chorus

Il filtro principale del JX-03 è modellato sul comportamento timbrico del vecchio low pass 24 dB/Oct Roland, con tanto di Cutoff Frequency e Resonance che arriva facilmente all’auto oscillazione (senza mostrare perdite significative sulle basse). La modulazione sulla Cutoff Frequency è affidata a tre sorgenti diverse (key follow, LFO e ENV) dotate di altrettanti attenuatori dedicati. In questo modo, si può decidere quanto voltaggio di tastiera sposterà la frequenza di taglio, fino a un massimo di 120% (con il 100% di regolazione, si può far suonare la sinusoide ottenuta per auto oscillazione del filtro rispettando perfettamente il temperamento equabile); con LFO Mod si decide quanto wah si vuole ottenere e, infine, con ENV Mod si decide l’intensità del trattamento da parte del generatore di inviluppo; questo è l’unico controllo che può essere invertito in polarità.

Anche se è posizionato nel modulo VCF, il comando HPF agisce sulla frequenza di taglio di un circuito diverso e indipendente: il modulo passa alto è comune a tutte e quattro le voci di polifonia e deve essere considerato, per slope offerto e posizione circuitale, come una sorta di controllo di tono con il quale si può schiarire il segnale sottraendo energia alle armoniche basse presenti nel segnale. La mancanza di una modulazione rende poco utile il comando per simulare comportamenti band pass di tipo dinamico… ciò non toglie che con il filtro HPF si possano generare pad piacevolmente atmosferici. 

Il modulo VCA è, tradizione polifonica Roland, di tipo non complesso: offre una regolazione di Level (consideratelo come un controllo di volume per l’intera patch) e la selezione di automazione da parte dell’inviluppo ENV o – alternativamente – della tensione di Gate. Come già ampiamente discusso a proposito del JU-06, nel secondo caso si acquisice la differente articolazione volume/timbro, ma si perde il segmento di Release.

Il Chorus può essere inserito o disinserito a discrezione del musicista. La sua presenta garantisce maggior spazialità al timbro, già aperto grazie al lieve detune impartito ai due oscillatori. Inutile ricordare che, nel vecchio strumento analogico, il chorus era ottenuto con il classico modulo BBD Panasonic MN3101.

Modulazioni – LFO – Envelope

L’oscillatore a bassa frequenza offre più forme d’onda di quante non ne fossero originalmente disponibili nella vecchia macchina analogica; ora, è possibile scegliere tra sinusoide, rampa ascendente, dente di sega discendente, quadra, random e noise. Come è facile immaginare, il tipo di risultato dipende dal parametro che si vuole controllare. La frequenza di modulazione e la progressione di apertura sono regolabili individualmente.

Il generatore d’inviluppo è il classico ADSR a tre tempi più livello. Nulla di difficile, da questo punto di vista.

Step Sequencer e parametri globali

Valgono esattamente le stesse segnalazioni espresse in relazione al JU-06. Andate a recuperare l’articolo in questione…

Cosa si può fare con il JX-03

Facciamo subito pulizia delle ricorrenti discussioni: quattro voci non sono tante, anzi sono pochine per poter coprire un pad a due mani. Casomai, ci si dovrebbe interrogare sull’opportunità, nella pratica di accompagnamento, di generare parti armoniche con più di quattro voci, ma questo è un altro discorso. Sia come sia, con quattro voci disponibili si può fare qualcosa, ma non tutto. Occorre imparare a essere accorti nella gestione delle risorse.  Per tutto il resto, c’è il modo CHAIN.

Esaurito l’argomento polifonia, concentriamoci su cosa può essere programmato con faclilità all’interno della struttura di sintesi disponibile.

Con due oscillatori, è facile coprire tutto il classico repertorio timbrico basato sul detune, sugli intervalli paralleli, sui raddoppi di ottava: quindi, bassi, lead, sync scream, eccetera. In più, si possono tirar fuori belle mappazze di suoni inarmonici evocando i comportamenti Metal 1 e 2, meglio ancora se coadiuvati da un detune significativo tra DCO 1 e DCO 2; da questo punto di vista, l’estrema escursione di frequenza offerta ai due oscillatori (ben più ampia di quanto non fosse possibile nella macchina originale 16’-4’), potenzia ulteriormente le procedure.

Sotto Sync, il secondo oscillatore deve essere modulato attraverso positive ENV, per generare le classiche sonorità Anni 80 dalla Laser Harp a The Cars.

Pad e altri comportamenti maggiormente rilassati troveranno giovamento dall’unione di Detune, Chorus e filtraggio portato avanti tra Low Pass e High Pass.

Anche le accresciute possibilità del modulo LFO permettono di costruire suoni complessi, molto caratterizzati.

L’impostazione generale è ben modellata sulla componente tagliente del suono; da sempre, il Jx-3p ha saputo tenere a bada strumenti ben più costosi offrendo un suono che usciva naturalmente in mixaggio. JX-03 sembra proprio il degno erede. La presenza, on board, di tutte le patches originali non può che rinforzare l’effetto nostalgia.

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Comments (2)

  • Attilio De Simone

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    In verità quattro note di polifonia bastano ed avanzano. Quando si lavora con due oscillatori o con un oscillatore e un suboscillatore all’ottava inferiore, suonare più di 4 note impasa troppo i suoni, le frequenze si sovrappongono soprattutto quando ci sono tanti altri strumenti insieme. Già un accordo a 4 note o due bicordi o una nota bassa più un accordo sulle frequenze medie o acute cominciano a pesare non poco su un mix, soprattutto quando si lavora con oscillatori su ottave divverenti. Ovviamente avere più note a disposizione è sempre meglio, ma nell’economia di un’architettura musicale composta da tanti strumenti quattro note bastano.

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    • Marco

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      In linea di massima è sacrosanto visto il contenuto armonico di una singola nota di un synth polifonico, magari con più di un oscillatore.

      Ma credo che il contenuto armonico non sia l’unico limite che venga imposto dalle quattro note di polifonia. Piuttosto la vera sfida riguarda la tecnica esecutiva.
      Suonare con quattro voci non vuol dire affatto avere 4 note sempre a disposizione. In un Pad, ad esempio, con tempi di Attack e release molto lunghi, diventa difficile usare più di due note a causa della sovrapposizione di polifonia richiesta per la generazione delle code, a meno che non si ricorra a importanti processazioni esterne.

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