Me & My Modular . I Formati – Quarta Parte

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Tutorial

Nel 1996, il mondo era più buono: la comunità dei musicisti elettronici viveva sospesa nel protocollo MIDI, le DAW erano ancora un concetto relativamente fumoso, le grosse ditte nipponiche dominavano il pianeta con strumenti digitali infarciti di Linear Arithmetics, Advanced Wave Management e altre meraviglie… In quel di Ditzingen, Dieter Doepfer intraprendeva un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per i musicisti elettronici, riconfigurando parte dei circuiti analogici che aveva sviluppato in precedenza per adattarli meccanicamente ai cabinet rack da 3 + 3 unità di altezza. Era nato il formato Euro Rack.

Di Enrico Cosimi

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Oggi, sembra impossibile pensare ad un mondo modulare senza Euro Rack, ma per l’epoca il nuovo standard meccanico ed elettrico passava in secondo piano, rispetto alla disponibilità di moduli analogici con i quali configurare, nuovamente, un sistema di sintesi personalizzato. Non dimentichiamo che – per l’epoca – la sintesi modulare sembrava un hobby snob per musicisti con tanto tempo libero e scarse necessità professionali (niente memorie, niente polifonia, comportamenti semplici, eccetera).

 

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La meccanica dell’Euro Rack

Il formato Euro Rack venne concepito per facilitare il montaggio all’interno, appunto, del rack standard; l’altezza obbligata dei moduli è pari a tre unità e la larghezza è calibrata per rientrare all’interno di un’unità di misura pari a 1/84 di 19”. Ovvero: la lunghezza utile del rack standard è frazionata in 84 unità verticali (definite HP) con possibilità di avvitamento individuale. In questo modo, il cabinet Euro Rack di vecchia scuola, deve offrire due rails (cioè, due rotaie) pre trattate con 84 fori filettati equidistanti. Il pannello frontale di ciascun modo deve rientrare in un determinato numero di HP verticali (2, 4, 8, 10, 12, 16, 20…) e garantire, ai quattro angoli, una corretta foratura coincidente con le posizioni del rail, al fine di portare a buon fine l’avvitatura del modulo nel cabinet. Costruttori più recenti hanno adottato le forature asolate (o ovali) per le viti di serraggio, permettendo una maggior facilità di assestamento tra modulo e modulo.

Nessun fabbricante garantisce che tutte le combinazioni di moduli porteranno alla copertura completa degli 84 HP disponibili nei cabinet di vecchia concezione: nel caso, sono disponibili dei blind panel – cioè, dei pannelli ciechi, delle semplici lamine di alluminio – che servono a chiudere gli spazi residui evitando che qualcosa possa finire dentro alla struttura.

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Oggi, il vecchio limite degli 84 HP lineari è stato superato, rinunciando al montaggio rack, in favore di cabinet di dimensioni molto più ampie: la classica skiff di produzione esoterica può fornire facilmente più di 100 HP per l’avvitatura di tutti i moduli possibili e immaginabili; lo stesso Doepfer ha inaugurato la stagione delle monster cases con cabinet che sfruttano 84+84=168 HP di spazio per ciascuna delle quattro file orizzontali… basta solo trovare i soldi per comprare tutti i moduli necessari.

Come è facile immaginare, a maggior dimensione di cabinet corrisponde maggior lunghezza necessaria per i patch cables; anticamente, c’erano solo i due tagli da 30 e da 50 cm, poi sono arrivati quelli da 80 cm. Oggi, tra Stackables e lunghezze superiori al metro, il problema “sembra” risolto…

 

 

Standard elettrici

Una volta scelti i moduli, è necessario collegarli fisicamente al sistema di alimentazione; secondo lo standard originale Doepfer, si utilizza una bus board indipendente per ciascuna riga di cabinet; ogni backplane ospita un certo numero di connettori maschiati che riceveranno i flat cable di collegamento ai moduli veri e propri.

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Il sistema non è a prova di idiota, tanto per oggettiva fragilità dei connettori utilizzati quanto per la possibilità (sempre in agguato) del montaggio in configurazione invertita: se si collega un modulo al contrario, come minimo non funziona, come massimo, lo frullerete dalla finestra perché ne avrete fritto i componenti. Occhio, quindi a verificare e seguire attentamente le polarità indicate per il montaggio. Quali? E’ presto detto…

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Euro Rack prevede alimentazione su tre linee indipendenti: +12V, -12V e +5V; quest’ultimo valore è dedicato alla gestione dei LED, dei display e, in generale, delle cose che si accendono. Gli alimentatori classici forniscono solo il 12V positivo e negativo, per il +5V, è necessario che il musicista si procuri un piccolo trafo da installare in uno degli slot liberi sulla bus board. Nell’immagine qui sotto, è visibile un piccolo convertitorino 5V vicino alla bus board classica.

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Ogni bus board può avere il proprio convertitore 5V indipendente, se i moduli montati non richiedono quella tensione, si può tranquillamente tralasciare la procedura. In ogni caso, sulla bus board classica Doepfer ci sono tre LED rossi che documentano la funzionalità del +12, -12 e +5. Occhio…

 

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Connessioni

Dicevamo in apertura che i segnali audio e di controllo viaggiano su mini jack sbilanciato da 1/8”; il normale connettore tip ring è sufficiente a garantire una buona tenuta meccanica, non esaltante come nel 5U o nel Banana, ma sufficiente per una performance live. Il punto debole sono, da sempre, le connessioni di pannello, che tendono ad allentarsi col tempo: passato il periodo pionieristico Doepfer degli esordi, oggi lo stesso fabbricante ha sostituito la componentistica con elementi di migliore qualità e molti altri fabbricanti (basterebbe citare Cwejman) hanno optato per connettori di grande tenuta meccanica. Come al solito, la qualità si paga.

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Fino a pochi anni orsono, il punto debole del formato Euro Rack era proprio la necessità di smistare con distributori e multipli i segnali in transito lungo i patch cords; da tempo, gli Stackable prodotti da TipTop Audio hanno risolto il problema, garantendo la stessa possibilità di smistamento al volo che sembrava esclusivo retaggio dei sistemi Banana. Oggi, con un minimo di pianificazione (e una spesa non proprio potabile…) si può fare a meno dei multipli, dopo essersi appropriati di una manciata di Stackable.

 

 

Costruttori

Sono tantissimi; se non ci credete, andate sul mai abbastanza lodato www.modulargrid.net e controllate di persona; tenete presente che la lista cresce su base quasi mensile e ogni produttore ha in catalogo tante cose. Insomma, mai come dentro Euro Rack c’è da perdere la testa.

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Cosa si trova? Come si può pensare di configurare il proprio sistema? Occorre procedere per macro aree e blocchi grossolani, altrimenti si finisce per soccombere di fronte alla massa del materiale. Si può genericamente distinguere una prima fase del mondo Euro Rack, nella quale c’èra praticamente solo Doepfer, e una seconda fase di allargamento indifferenziato.
All’inizio, il catalogo Doepfer 1996 e 1997 ospitava solo moduli di tipo “tradizionale”, adatti cioè a sostituire – ad esempio – i circuiti presenti in macchine potenti ma non esoteriche come ARP 2600, Moog Model D, Korg MS-20 et similia. In questa fase (potrebbe essere definita “la fase dei patch cord grigi”), il musicista Euro Rack aveva una libertà operativa relativamente limitata.

Nel periodo successivo, con l’aumentare dei produttori – attratti dal crescente bacino d’utenza – sono confluiti nel mondo Euro Rack diversi filoni culturali e differenti punti di vista.
Oggi, c’è veramente tutto:

  • Moduli di impianto tradizionale, facili da usare, senza sorprese, con comportamenti tradizionalmente analogici di immediato impatto. Tutta la prima produzione Doepfer, per dire, rientra in pieno in questo panorama. Dal punto di vista della logica operativa, della costruzione e dell’offerta funzionale, è come se stessimo parlando di una FIAT: robusta, no frills, facile da rivendere, con i piedi per terra.
  • Moduli ispirati (su licenza o meno) al comportamento di fabbricanti storici: stiamo parlando dei circuiti Serge riprodotti da Bananalogue, o dei comportamenti EMS (oscillatori e trapezoid generator) licenziati a Analogue Systems (a margine, segnaliamo una non completa compatibilità elettrica Euro Rack con questo marchio… occorre prendere delle precauzioni prima del montaggio), o – ancora – l’hype assurdo creato nei confronti dei circuiti Buchla, fonte di ispirazione per Make Noise e Verbos, ma si potrebbe parlare (a parte le enormi quantità di circuiti originali) anche delle clonazioni Polyvoks di The Harvestman. Se cercate qualcosa, è sicuro che qualcosa troverete in Euro Rack.
  • Moduli originali come concezione e ispirazione; è il caso del nostrano Sound Machines di Davide Mancini: una serie di sensori, superfici di controllo, gestori ed elaboratori dei più folli impulsi prodotti dal corpo umano, pronti per essere integrati all’interno di qualsiasi sistema modulare.

Intendiamoci: non è che Make Noise o Verbos o altri produttori facciano “solo” moduli ispirati a classici senza tempo. Casomai, si tratta di filoni ispirativi – il doppio oscillatore modulante/portante, o l’inviluppo loopable, o l’impiego dei Vactrol – che continuano a rimbalzare decennio dopo decennio da un laboratorio all’altro, per finire nei cabinet di molti musicisti.

A questo punto, grosso modo, abbiamo l’infarinatura indispensabile per iniziare ad avvicinarci al modulare e ragionare su quello che dobbiamo/vogliamo metterci dentro in base agli obiettivi preposti.

Non sarà facile, ma ce la faremo.

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Comments (4)

  • MdM

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    Spettacolare panoramica, un approccio davvero intelligente per accostarsi e addentrarsi passo passo nell’oceano dei modulari. Can’t wait for the next one!
    Grazie Enrico, la tua gratuita divulgazione, sempre ai limiti della perfezione, rende il mondo un pochino migliore :) (sì dai, addirittura..)

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  • doktor tox

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    hey prof. ti aspettiamo a palermo con un bel 9U pieno pieno 😉

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