ME & MY MODULAR -01- Perché un sintetizzatore modulare

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear, Tutorial

Premessa. In origine, negli Anni 60 del secolo scorso, i sintetizzatori erano solo modulari, costuiti cioè da circuiti meccanicamente indipendenti, alloggiati nello stesso contenitore (il cabinet) che forniva loro alimentazione; all’interno dello strumento, il musicista costruiva fisicamente le connessioni ritenute necessarie alla realizzazione del circuito desiderato. In assenza di collegamenti (con cavi schermati patch cords, spinotti patch pins o altri sistemi proprietari), semplicemente, il sintetizzatore modulare non suonava.

Di Enrico Cosimi

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La struttura modulare era la più semplice da gestire dal punto di vista del costruttore (circuiti di ridotte dimensioni, facili da ingegnerizzare e produrre con sufficiente costanza qualitativa, economia di scala relativamente favorevole, eccetera) che del musicista (possibilità di configurare – consapevolmente – il proprio strumento in base alle necessità, privilegiando i circuiti/comportamenti ritenuti più importanti, elevato impatto visivo tanto durante le fasi di progettazione timbrica quanto di produzione sonora); solo in un secondo momento, la diffusione su larga scala dello strumento elettronico impose, commercialmente, l’esistenza di strutture semi integrate e semi modulari (con seriazioni e ricadute diversificate per mercati e ambienti culturali).

Per tutti gli Anni 80, e per metà degli Anni 90, l’architettura modulare cedette il passo alla potenza del MIDI e dei rack expander; nel 1996, la prima timida infornata di circuiti Doepfer A-100 Euro Rack riproponeva ai musicisti avventurosi le possibilità offerte dalla sintesi modulare; finalmente, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito alla terza giovinezza del modulare, con una vera e propria esplosione nella disponibilità di fabbricanti, di moduli, di sistemi pre configurati. Oggi, nei diversi standard Euro Rack, 5U, Buchla, eccetera, c’è solo l’imbarazzo della scelta…

 

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Non c’è rosa senza spine…

Purtroppo, l’impostazione modulare non è priva di aspetti spiacevoli; specie per un’utenza poco esperta, può risultare difficile configurare da zero un sistema originale, prevedere dimensioni, costi, potenzialità e limiti, decidere cosa inserire e cosa tralasciare nel proprio sistema. Per di più, la soverchiante dimensione dell’offerta è aggiornata su base quasi quotidiana, rendendo effettivamente complesso capire cosa, come, perché, quanto, in che modo.

In queste pagine, su base più o meno periodica, cercheremo di approfondire i problemi di fondo e, successivamente, identificheremo talune tematiche trasversali applicabili in maniera indifferente alla natura modulare a prescindere da fabbricante e – in minor misura – formato hardware.

Come al solito, iniziamo dal principio.

 

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Perché un sintetizzatore modulare. E perché no.

Un sintetizzatore modulare è personale: può essere configurato in centinaia di modi diversi anche partendo dagli stessi moduli e dallo stesso produttore. A seconda delle necessità, si può progettare una struttura dedicata alla sintesi indifferenziata della classica synth voice, concentrare le caratteristiche operative sulla generazione di timbriche percussive (magari, prevedendo la loro organizzazione in pattern e sequenze ritmiche), privilegiare il trattamento creativo dei segnali audio esterni (tanto per il Live Electronics che per la generazione di suoni meno convenzionali), approfondire determinate tecniche di sintesi non necessariamente vincolate alla classica struttura sottrattiva analogica.

 

Un sintetizzatore modulare può essere costruito in maniera progressiva, modulando (è il caso di dire) l’investimento iniziale dopo l’inevitabile scontro con cabinet e alimentatore: mese dopo mese, si può dosare la spesa acquistando pochi moduli alla volta per veder crescere nel tempo il proprio strumento fino al raggiungimento del risultato desiderato. In corso d’opera, grazie al rigoglioso mercato del second hand, si può sempre contare sulla realistica possibilità di rivendere o scambiare i moduli sotto utilizzati per acquisire circuiti di maggior fascino o utilità.

 

Un sintetizzatore modulare non finisce mai… e, di conseguenza, non finisce mai anche la spesa necessaria a tenerlo in piedi. Se non si è in grado di porsi dei limiti, si corre il rischio di spendere – nel tempo – cifre molto significative. A questo, occorre aggiungere che diversi fabbricanti (per ridotta tiratura numerica, per oggettivo valore dei prodotti, per scelte di scuderia) non si fanno troppi scrupoli nel prezzare i propri circuiti con cifre degne di sintetizzatori stand alone integrati di media potenza. Insomma, è il caso di tenere aggiornata la colonna delle cifre in uscita ed è meglio consultarla spesso.

 

Un sintetizzatore modulare può essere riconfigurato al volo in base alle proprie esigenze live: lascio a casa le decine di oscillatori e porto al concerto solo quello che mi serve effettivamente per il live set che ho progettato. Basta un cacciavite, un poco di pazienza e un cabinet più piccolo, per ottimizzare ingombri e pesi durante gli spostamenti.

 

Un sintetizzatore modulare può assumere diverse forme: specie nel mondo Euro Rack, superata la fase pionieristica dei cabinet ISEL 6U Doepfer (parallelepipedi incredibilmente profondi, con bordi altrettanto incredibilmente taglienti), oggi è possibile scegliere tra sottilissimi skiff (custodie talmente poco profonde da risultare appena più spesse di una tradizionale tastiera alfanumerica), cabinet a due, tre o più file tanto in formato statico, quanto in configurazione foldable (ripiegabili in due o in tre sezioni, per facilitare trasporto e stoccaggio), quanto – ancora – vere e proprie monster cases che permettono di assemblare pareti verticali e superfici inclinate con le quali tappezzare il proprio studio.

 

Un sintetizzatore modulare richiede un investimento iniziale di “cose che non suonano” e che, inevitabilmente, erodono il budget a disposizione: occorre prevedere l’acquisto del cabinet (vedi sopra), dell’alimentatore (composto da un trasformatore di tensione e un power harness con il quale distribuire le tensioni positive e negative a tutti i moduli presenti nel sistema). In aggiunta a queste spese statiche, occorre aggiungere una generosa quantità di cavi patch cords che, a seconda del tipo, della lunghezza e della qualità, possono raggiungere individualmente cifre non proprio politiche. Ancora, la struttura più tradizionale della sintesi modulare richiede una generosa presenza di sommatori (cioè mixer) in formato lineare per i controlli ed esponenziale per i segnali audio, ma anche di sdoppiatori (cioè multipli) per distribuire copie identiche dello stesso segnale in punti diversi del circuito. A seconda della configurazione hardware selezionata (e del costruttore), può essere possibile spendere sui cavi patch cords stackable, risparmiando sui moduli multiples; ma, non sempre questo può essere possibile in tutti i formati.

 

Un sintetizzatore modulare, di solito, permette un maggior controllo nella programmazione del singolo canale di voce: mentre la struttura integrata di uno strumento commerciale deve, inevitabilmente fare i conti con i limiti di spazio disponibile sul pannello, con la fascia di mercato identificata dal costruttore e con la complessità per l’utente, la struttura modulare che viene assemblata dal musicista può concentrarsi su aspetti del suono estremamente personalizzabili e approfondibili in modo verticale. Di meglio, con un budget illimitato, possono esserci solo i classici linguaggi di programmazione per oggetti.

 

Un sintetizzatore modulare vive nel presente: pur offrendo risultati dinamici e controllabili, non ha nella ripetibilità dei risultati il proprio punto di forza. Per alcuni professionisti, questo è un grave handicap, tale da pregiudicarne l’impiego nella pratica quotidiana; per altri musicisti, è una sfida stimolante che giorno dopo giorno contrappone l’esecutore alla macchina da domare. Il suono di oggi potrebbe non tornare mai più, anche dopo una regolazione minuziosa delle funzioni di pannello. Memorie? Non ci sono memorie… Cioè non ci sono a prezzi contenuti, perché almeno un costruttore statunitense (Don Buchla) ha incluso, nella riedizione del suo System 200e, la possibilità di convertire in valori numerici le regolazioni di pannello, salvandole e recuperandole a posteriori. Ovviamente, non è possibile memorizzare la posizione fisica di un patch cord, ma si può una o più matrici di connessione (audio e di controllo) per chiudere velocemente tutti i percorsi desiderati. L’importante, è avere un budget significativo, pazienza e metodo.

 

Un sintetizzatore modulare, se preso per il verso giusto, diventa un fenonenale generatore di sample food, cioè un produttore di timbriche adattissime ad essere acquisite in un sistema di warp, allineamento, mappatura, immagazzinamento e, previa conversione in formato audio digitale, modifica funzionale. Il sound designer (quello che, una volta, si chiamava “sound chaser”, può trovare in una struttura modulare sufficientemente raffinata un fedele alleato per anni e anni di ricerca timbrica.

 

Un sintetizzatore modulare non va d’accordo con la polifonia: a meno di opportune decisioni da parte del costruttore (ad esempio, la disponibilità di generatori d’inviluppo multipli e integrati), volendo realizzare una struttura a n voci simultanee, occorrerà moltiplicare per n tutti i comportamenti richiesti all’interno del canale di voce. In questo modo, un sistema commercialmente banale, composto da due oscillatori, un filtro, un amplificatore e una coppia di inviluppi, per quattro voci di polifonia, significa spendere (e ospitare) otto oscillatori, quattro filtri, quattro amplificatori e otto inviluppi. Un sacco di roba, che occupa un sacco di spazio e che obbliga – attenzione… – a programmare lo stesso suono su quattro canali di voce tra loro indipendenti. Insomma, meglio lasciar perdere la polifonia…

 

Un sintetizzatore modulare può essere facilmente portato a lavorare in politimbricità: la simultaneità dei comportamenti generativi, meglio ancora se attraverso strutture di voce diversificate, è una sfida che porta ogni musicista a spremere il massimo dal numero complessivo dei moduli che risiedono all’interno del proprio cabinet. Da questo punto di vista, i moderni costruttori sembrano privilegiare le attuali esigenze di portatilità, densità di prestazioni e otimizzazione degli ingombri.

 

Un sintetizzatore modulare, in special modo nel formato Euro Rack, può attingere a diverse tecnologie che sono rese trasparenti al musicista: dietro il pannello comandi di un qualsiasi modulo, può nascondersi una scheda Raspberry, una FPGA opportunamente programmata, un DSP che esegua uno o diversi linguaggi di programmazione digitale, una valvola tirata per i capelli al limite della distruzione fisica. Da questo punto di vista, la “metafora analogica” è solo di tipo grafico e hardware. Tra un patch cords e l’altro, nell’attuale catalogo Euro Rack può veramente trovarsi di tutto.

 

Un sintetizzatore modulare può essere assemblato in economia limitandosi volontariamente agli scambi second hand: il mercato dell’usato è florido, la circolazione dei moduli è capillare e aggiornata con frequenza quotidiana. Come con le figurine dei calciatori dello scorso secolo, è possibile scambiare, prestare, collezionare funzioni e moduli a seconda delle proprie necessità.

 

A questo punto, non rimane che capire come e cosa scegliere per le proprie esigenze.

Come diceva il Principe De Curtis, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

 

 

 

 

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Comments (12)

  • Max

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    Grazie. Veramente un articolo coi fiocchi. :) Io ho scelto un modulare in formato 5U, quindi fra un po’ dovrò traslocare o sfondare il tetto della mia mansarda. Non sono un musicista, però mi piace giocare con i potenziometri, patch cord…per ‘sfornare’ un suono nuovo ogni volta. Che bello!!! E che bello sapere che domani non sarò in grado di ricreare quel suono. Ma che importa? Quando ero ragazzetto sognavo uno di quei muri di potenziometri e cavi come EL&P o Wendy Carlos etc. etc. e ora posso permettermelo (un po’ alla volta). Leggendo il Suo articolo è come se Lei mi avesse descritto nella mia quotidiana e frenetica ricerca di nuovi moduli usati. Si è un hobby (ovviamente per me, per altri un lavoro) costoso, ma tanto ho smesso di fumare. :) :)

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  • MdM

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    Fantastico articolo, grazie Enrico, una lettura al solito ricca, precisa e appagante, non vedo l’ora di gustarmi la parte due e le (speriamo molte) altre a venire. Magari potresti prendere in considerazione nelle parti future, se possibile e non ancora pianificato, di scendere proprio nello specifico, citando e consigliando qualche modulo in particolare per iniziare. Io sto pianificando il mio da molto (santo modulargrid), e avere qualche dritta per accostarsi in modo intelligente a questo splendido mondo sarebbe prezioso, anche perché il timore di buttarsi nel paese dei balocchi -dietro spese molto ingenti- è davvero tanto). In ogni caso sarannoaltre interessantissime letture. Complimenti ancora per li tuo lavoro

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  • Giovanni

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    Cosa posso dire…La settimana scorsa ho preso il maxitomo Manuale di Musica Elettronica (in formato digitale, quindi tecnicamente un maxipdf) da te pubblicato. Seguo sempre queste e altre pagine, quindi ho fatto presto a scegliere dove investire a livello manualistico. Questo sarà un ulteriore ottimo supporto per quest’avventura che partirà da Febbraio in poi perché a Natale arriva la Drumbrute!!!

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  • Andrea

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    buon giorno Enrico,
    seguo il sito e in più occasioni ho avuto modo di fare domande e ricevere da te risposte chiare ed esaurienti o trovare informazioni spulciando i vari articoli a disposizione.
    Sono in possesso di un piccolo synth modulare frutto di un campagna di KickStarter e del FiledKit di KomaElectronics.
    Li sto usando (da soli e collegati) con soddisfazione, ma approssimazione in quanto sono assolutamente ignorante per quanto riguarda i fondamentali: cv, gate, flussi di corrente e controllo di tensione, come collegare i diversi moduli per modificare un suono…
    Nel manuale a cui fa riferimento Giovanni qui sopra sono concetti che vengono spiegati o devo cercare qualcosa di ancora più “basico” (chiedo scusa per il termine orrendo)?
    Grazie.
    Andrea

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  • Enrico Cosimi

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    uhm, forse quel manualone è troppo approfondito (comunque sia, è sempre un tomo da 1200 pagine…).

    Senza andare troppo lontano, cerca su Google “synth tutorial”, “synth programming” e “analog subtractive synthesis”: vedrai che esce fuori UN MARE di materiale in consultazione gratuita!!!

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  • Andrea

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    grazie, vado in cerca!!!
    Intanto una curiosità: ho notato che in alcuni casi, collegando più moduli (oscillatore, filtro, delay, s&h) il volume del suono diminuisce; è un fatto normale/fisiologico (nella mia testa ho pensato che i collegamenti aumentano i passaggi a cui è obbligato il segnale e che quindi perde di “forza/volume”) o potrebbe essere una caratteristica del synth o uno sbaglio nell’impostazione della patch?
    Buona giornata.
    Andrea

    Reply

    • Enrico Cosimi

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      occorre verificare se i moduli collegati rispettano il guadagno unitario “tanto entra/tanto esce”: non è obbligatorio farlo e, in molti casi, c’è una perdita di livello dovuta non tanto alla “dispersione di segnale elettrico” quanto per il fatto che un segnale molto filtrato comunque perde energia…

      ad ogni modo, riamplificare un segnale o ridargli potenza con enfatizzazioni varie non è peccato… :-)

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  • Andrea

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    ancora grazie, sia per la disponibilità sia per le risposte sempre utili e formulate in un ottimo italiano 😉
    Ho trovato un bel po’ di materiale con le ricerche suggerite sopra.
    Ora vado a studiare come “ridare potenza ed enfatizzare”…
    Prima o poi arriverò anche al manualone!

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