Case study: Tape Delay

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Tutorial, Vintage

Da che i musicisti suonano, c’è sempre stato qualcuno attratto dalla magia delle ribattute naturalmente prodotte dalla eco; Andrea Gabrieli con i doppi cori in San Marco, o Claudio Monteverdi con le risposte d’orchestra al di fuori della sala principale non facevano altro che sperimentare macro strutture di ribattuto realizzate con i mezzi che avevano a disposizione. In epoche più recenti, e tecnologicamente più facili, i musicisti hanno iniziato a sperimentare le delizie ottenibili con i primi – rudimentali, per gli standard attuali, sistemi di immagazzinamento e ritenzione sonora dilazionata nel tempo. Un modo complicato (e antipatico) per fare riferimento alle funzionalità di tape delay o tape echo. Benvenuti nel mondo delle ribattute-te-te-te.

di Enrico Cosimi

In questa serie di case study, cercheremo – nei limiti delle energie disponibili – di tracciare una sorta di filo rosso per collegare le diverse modalità con cui realizzare un delay musicalmente utile e, successivamente, vedremo cosa fare e come fare per rendere proficuo, dal punto di vista dell’ascoltatore, l’insieme di strumento più linea/linee di ritardo.

Delay?

Quale che sia la tecnologia utilizzata, il delay, “l’echo” impiegato in contesto musicale basa il proprio funzionamento soddisfacendo un semplice requisito; poter ritardare arbitrariamente l’emissione di un segnale audio secondo le necessità del musicista. Quanto sarà prolungata nel tempo l’opera di ritenzione e in che modo questa sarà realizzata corrispondono ai problemi più grandi che le diverse tecnologie hanno risolto, o tentato di risolvere, nel corso degli anni.

Lasciando in pace le vallate alpine (il primo, grande, meccanismo per produrre ribattuti di qualità significativa), il Battistero di Pisa e le altre peculiarità architettoniche, si può facilmente affermare che è con l’avvento del nastro magnetico – grazie a Fritz Pfleumer – che diventa possibile immagazzinare una registrazione audio e, a seconda delle necessità, ritardarne/posporre l’emissione a discrezione del musicista.

Ma, nel nostro caso, quello che ci interessa non è la possibilità di registrare minuti, o ore, di esecuzione, quanto la capacità intrinseca al registratore magnetico, di realizzare un semplice scatto temporale tra momento in cui il musicista emette un fraseggio musicale e il momento in cui, a discrezione del medesimo, può riascoltarne il playback. Il meccanismo è molto semplice e connaturato alla struttura hardware del registratore magnetico di tipo standard.

Per far si che un registratore magnetico possa funzionare, è necessario che il nastro – messo in movimento a velocità costante con una coppia di motori (e trasferito da una bobina debitrice di sinistra verso una bobina ricevitrice di destra) – sia preventivamente cancellato da una testina Erase, poi sia registrato da una testina di Record e poi – quando si vuole riascoltare il tutto – sia riletto da una testina di Playback. Le tre testine occupano uno spazio fisico differente e sono posizionate a breve distanza tra loro lungo il percorso del nastro magnetico. La distanza tra testina di registrazione e testina di riproduzione/playback permette di ottenere un ritardo, uno sfalsamento, tra quando il segnale è depositato sul nastro e quando può essere riletto in ascolto. Se il registratore prevede la capacità di riascoltare ciò che si è appena registrato durante la registrazione, ci sarà una sovrapposizione sfalsata di esecuzione diretta e playback della medesima. In base alla velocità di scorrimento del nastro magnetico e alla distanza tra le testine, l’intervallo di tempo tra l’esecuzione e il suo playback (cioè la prima ribattuta) sarà più o meno marcato, definendo il prezioso delay time.

L’immagine qui sopra riproduce la sequenza di testine presenti un prestigioso registratore Studer A810 stereofonico; da sinistra, è possibile vede la testina di cancellazione, e, dopo il blocchetto bianco, le testine di registrazione e di playback. Come è facile immaginare, una configurazione fissa di questo tipo produce un ritardo tra registrazione e (ri)lettura che può essere alterato solo variando la velocità di scorrimento del nastro magnetico. Ma, del resto, lo Studer A810 non è uno strumento con cui fare il tape echo, bensì un prestigioso master recorder cui affidare, fino a tutti gli Anni 90, il proprio prezioso mixaggio.

Come fare, allora, per modificare le caratteristiche del delay? I punti critici da affrontare sono almeno due: la durata del delay e la quantità di ribattute. Andiamo per ordine.

 

Prolungare il tape delay time allontanando le testine

Nei limiti della struttura fisica – un registratore magnetico non può essere largo due metri, altrimenti diventa intrasportabile – un sistema semplice per ottenere un ritardo significativo nella rilettura audio consiste nell’allontanare la testina di playback da quella di registrazione; ma questo comporta ovvi limiti meccanici che possono essere superati in due modi:

  • lavorando con due registratori separati (uno che scrive sul nastro magnetico e l’altro – posto ad una certa distanza – che si limita a leggere quanto precedentemente scritto sul nastro); in questo modo, si può creare un ritardo di minuti e minuti, a patto di riuscire a tenere in tensione il nastro che viaggia, per metri e metri, tra le due unità elettromeccaniche. E’, fatta salva una serie di differenze peculiari più o meno marcate, il sistema con cui Pierre Schaeffer, Ussachevsky e Luening, Daphne Oram e Delia Derbishire, Fripp e Eno hanno creato i loro storici esperimenti. A margine, segnaliamo come l’illustrazione qui sopra riproduca il percorso di segnale tra due registratori sfruttati da Brian Eno per realizzare il suo Discreet Music.

  • prevedendo un sistema meccanico con cui traslare la testina di lettura lungo l’asse di spostamento del nastro magnetico, come nel caso del seminale Maestro Echoplex (brevettata nel 1964) e di altre storiche apparecchiature similari.

Come è ovvio, lo spostamento meccanico della testina di lettura potrà avvenire lungo una dimensione finita; ergo, la variazione del delay time non sarà mai spaventosamente estrema e dovrà essere per forza di cose coadiuvata da una provvidenziale variazione nella velocità di scorrimento del nastro magnetico. Nastro magnetico che avanza lentamente e testine Record – Playback molto distanziate producono un tape delay molto lungo e, inevitabilmente, molto scarso dal punto di vista della fedeltà timbrica. Senza annegare nei dettagli tecnici, ricordiamo velocemente che minore è la velocità di scorrimento del nastro magnetico, minore risulterà la banda di frequenza riproducibile…

Per questo motivo, con buona pace dei cultori del Maestro Echoplex, il sistema non brilla per eccessiva flessibilità, ma è risultato più che sufficiente per mandare in sollucchero generazioni di strumentisti.

 

Tutte le cose belle hanno una fine… tranne la salsiccia, che ne ha due.

(antico proverbio della Val Pusteria)

C’è un’altra cosa da tenere presente: in maniera inevitabile, prima o poi il nastro magnetico che viaggia davanti alle testine finisce e il delay si ferma – una bobina “grande” di nastro da ¼” può essere lunga circa 1100 metri, ma dopo 23 minuti scarsi a 30 inches per second, o dopo 45 minuti a 15 inches per second, finirà inesorabilmente…

Per questo motivo, ce lo faceva vedere Daphne Oram nell’immagine riprodotto poche righe sopra, può essere utile lavorare non con il normale nastro magnetico “aperto” alle estremità, ma con il medesimo confezionato in anello chiuso, cioè usare un tape loop tenuto in tensione con artifici meccanici diversi (aste microfoniche, maniglie di porte, portalampade da tavolo, volontari con sufficiente pazienza…).

Superata la fase sperimentale ’50 e ’60, qualcuno ha capito che – anche se a discapito della qualità riprodotto – poteva essere possibile usare normali cassette Philips per realizzare “micro tape loop” di più facile gestione e minor ingombro; in questo modo, non era più necessario monopolizzare per intero l’ambiente abitativo un cui ci si trovava e bastava mantenere il tape loop al sicuro all’interno di un’apposita cartuccia.

Ed eccoci subito di fronte ad un altro problema: all’interno dell’apposita cartuccia, quanto nastro è necessario mettere? Ovvero: quanto deve essere lungo il tape loop per funzionare come meccanismo producente ribattute in echo? Se quello che c’interessa è solo fornire al sistema Record/Playback Head un supporto magnetico, il tape loop può essere corto poche decine di centimetri – il minimo indispensabile per chiudere ad anello il percorso – ma se invece, come avverrà tra breve, diventa necessario combattere con il Sound – On – Sound, ecco che una generosa dimensione del tape loop garantisce sulla lunghezza delle intere frasi che potranno essere catturate (prima) e arricchite in sovrincisione (dopo).

Si, perchè una volta che si si permette al registratore di non cancellare quanto precedentemente registrato su nastro, ma di depositare il nuovo segnale in maniera parallela al vecchio, il musicista è in grado di sovrapporre n volte la propria esecuzione sullo stesso anello di nastro magnetico. Tutto sta nel mantenere la giusta disciplina esecutiva e nel calcolare con correttezza la durata del proprio fraseggio in rapporto alla lunghezza del tape loop; musicisti particolarmente disciplinati come Robert Fripp hanno fatto della loopology il loro principale mezzo espressivo per lunghi periodi della loro carriera.

Differenziare ritmicamente le ribattute

I problemi non finiscono mai: una sola testina di playback produce un ribattuto ritmicamente monotono (ta – ta – ta – ta – ta – ta…), che può essere prolungato quantitativamente rimandando maggiori percentuali di segnale in ricircolo, ma che andrà inesorabilmente a tempo con se stesso. Se ciò da una parte è piacevole per la possibilità di prevedere dove cadranno le ribattute, dall’altro può portare a una precoce caduta d’interesse nell’ascoltatore medio.

La cosa può essere risolta prevedendo la presenza di due o meglio tre testine di playback indipendenti lungo il percorso del nastro magnetico; la stessa informazione registrata sul nastro raggiungerà le tre testine con tre precisi intervalli di tempo dal momento in cui è stata depositata sul supporto magnetico. Scegliendo con cura la distanza tra le tre testine, si può produrre, per ciascun evento sonoro, una triplice ripetizione ta – ta – ta modificabile a posteriori mediante semplice accoppiamento/eliminazione di parte delle testine disponibili; in questo modo, dal ta – ta – ta di base (tre testine in playback), si può passare a ta – ta — (le prime due) o ta —   ta (prima e terza) e così via. Con buona pace di Schaeffer e dei suoi feroci esperimenti elettromeccanici, il mondo commerciale degli Anni 70 si è velocemente stabilizzato su tape echo machine a tre testine di lettura e basta; cioè con una testina di registrazione e tre testine di riproduzione poste in punti fissi del percorso; sul pannello frontale, un selettore più o meno evidenziato graficamente, permetteva al musicista di combinare tra loro le testine desiderate, per ottenere diversi incastri ritmici di playback.

La vostra curiosità è sufficientemente solleticata? Bene, siete pronti per la prossima puntata, all’interno della quale recupereremo dagli sconfinati magazzini vintage dello Studio 24 Gradi in Roma, un’autentica Roland Chorus Echo 301, sfidandone le pericolose idiosincrasie di funzionamento.

Stay tuned, if you dare…

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