Marzia Bulli: producer, sound engineer e insegnante

Written by Emiliano Girolami on . Posted in Recording, Tutorial

Abbiamo conosciuto Marzia durante l’evento di presentazione dell’album di esordio di Livia Ferri (Taking Care). Dalla chiacchierata che ne è seguita abbiamo scoperto una serie di aspetti legati alla sua esperienza. Biografia  e scelte professionali ci sono sembrate significative di una esperienza legata al mondo della musica in senso lato.

Di Emiliano Girolami

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Marzia è insegnante, sound engineer e possiede l’etichetta discografica BackBlackCalico Records. Il successivo approfondimento ha dato luogo all’intervista che riportiamo.

Hai cominciato suonando la batteria, come hai deciso di cambiare e occuparti di tecniche di registrazione e produzione musicale?

Mi ricordo quando ho iniziato a suonare: ero in secondo liceo. In una di quelle mattinate autogestiste in cui si faceva in modo di mostrarsi molto occupati. Vidi un concerto nell’aula magna della scuola, e rimasi folgorata dalla bravura del batterista. A ripensarci ora, il gruppo era pieno di capelloni che suonavano del metal,all’epoca però, costituirono la rivelazione che mi fece intraprendere la tortuosa strada del batterismo. Iniziai a prendere lezioni private, suonai in diverse formazioni, mi iscrissi al Saint Louis College of Music per continuare le lezioni private. Con l’ultimo gruppo le composizioni erano, finalmente, originali. Forse un po’ troppo.

In quel periodo, frequentavo senza profitto il DAMS alla Terza Università di Roma, iniziavo a pensare di dover prendere una decisione sul mio futuro, e l’idea di essere una batterista professionista non riusciva a convincermi. Sentivo che non ero tagliata per lo studio prolungato di tecniche e generi che non mi appartenevano. Come musicista, non facevo altro che esprimere ciò che volevo senza tenere conto delle regole. Un futuro da turnista mi sembrava un problema insormontabile. Mi capitò, nello stesso periodo, di registrare una demo e di incontrarmi/scontrarmi, con la registrazione. Parlando con il tecnico di studio seppi che stava seguendo un corso di diploma a Milano e, per puro caso, una sua amica seguiva un corso del tutto simile a Roma proprio al Saint Louis. Avevo già registrato in passato ma fu un’altra illuminazione. Mi iscrissi al corso di diploma professionale di Tecnico del Suono e programmatore MIDI (così si chiamava allora) del Saint Louis College of Music di Roma.

 

Raccontaci un po’ di più del corso che hai seguito.

Il corso di diploma, all’epoca, era strutturato in due anni, e per ogni anno scolastico il periodo di impegno era di circa 8/9 mesi. Nell’ambito di lezioni collettive si svolgevano argomenti teorici quali elementi di fisica acustica, inglese tecnico, teoria musicale. In classi meno numerose, invece, si seguivano le lezioni teoriche e pratiche delle due materie fondamentali di fonia e MIDI. Nel corso degli ultimi anni, però, delle importanti novità sono state introdotte. E così, attualmente, dopo un primo anno preparatorio, si possono scegliere diversi percorsi di formazione. Un secondo anno intensivo che termina con una qualifica regionale, oppure iniziare un triennio accademico che permette di conseguire un diploma di laurea primo livello equiparato ai diplomi di laurea dell’Università italiana. Lo scopo del corso, ad ogni modo, è sempre stato quello di preparare lo studente al mondo del lavoro di tecnico del suono, sia per il lavoro di studio che live.

 

Ritieni che i contenuti e la metodologia del corso siano stati effettivamente utili alla professione?

Quando ho iniziato il corso, ero completamente digiuna degli argomenti trattati. Sapevo solo ciò che la gente vede dall’esterno e ammira, e che condensa in una domanda che  spesso mi viene rivolta: “ma tu conosci la funzione di tutti quei pulsanti, manopole e levette?” Conosco molti tecnici dalla carriera più che ventennale che effettivamente sanno usare tutti quei famosi pulsanti e manopole e levette, ma che forse non si sono mai chiesti i come e i perché di ciò che c’è sotto. Era la old school del mio mestiere, in cui si imparava con gli occhi (e con le orecchie) durante la gavetta correggendo man mano il tiro. I dischi più famosi della storia sono stati lavorati da grandissimi tecnici che non hanno mai seguito dei veri e propri corsi di formazione.

A me, invece, il corso diede la possibilità di capire il funzionamento delle macchine e dei programmi, di lavorare in un ambiente tranquillo, sotto la guida degli insegnanti e di potermi fare domande a cui avevo il tempo di dare risposta senza l’ansia di spazientire un cliente, o di perdere tempo produttivo prezioso.

 

Terminata la scuola come hai cominciato a lavorare?

All’inizio è stato molto difficile, non facevo che passare da un lavoretto all’altro spesso in studi di piccolo calibro. Nonostante sapessi che era la via più difficile da percorrere, tra le altre, non potevo fare a meno di seguire l’istinto che mi aveva condotto al mestiere.

Dopo circa un anno, ricevetti una telefonata dal Saint Louis, che era stato a sua volta contattato da uno studio molto conosciuto nell’ambito della produzione di colonne sonore, la Digital Records di Roma. Cercavano una assistente di studio, feci il colloquio, iniziai a lavorare.

Fu un periodo difficilissimo: la mole di lavoro, la prontezza delle reazioni, le aspettative dei clienti, superavano di gran lunga tutte le mie conoscenze tecniche e pratiche. Dovetti imparare tutto il necessario ad una velocità supersonica, e, comunque, l’errore era sempre dietro l’angolo.

 

Una volta acquisita la professionalità sufficiente sei passata ad insegnare. Come gestisci la didattica?

È stato molto difficile riuscire a spiegare e a rendere comprensibili argomenti tecnici e procedimenti che molte volte vengono, semplicemente, agiti. Mi sono resa conto che insegnare era un ulteriore mestiere, che andava studiato ed imparato, e non bastava solo conoscere gli argomenti trattati. In questo processo di formazione, la grande esperienza dei miei colleghi al Saint Louis, tra cui ci sono alcuni dei miei ex insegnanti, è stata fondamentale.

La difficoltà del corso è quella di insegnare, al primo anno pre-accademico, a ragazzi che spesso sono digiuni della materia e che magari non hanno neppure una formazione scientifica di base. Il programma prevede quindi delle lezioni teoriche, affiancate a   esercitazioni pratiche, test scritti, esami di valutazione. Seguo un programma, ma cerco di capire, per ogni classe, quali sono gli argomenti su cui fermarsi più a lungo. Per ogni studente, cerco di indovinarne il carattere e di focalizzare quali saranno gli argomenti che lo stimoleranno maggiormente e lo sprono a dare il massimo.

Ogni anno riserva qualche sorpresa, e qualcosa che migliora nell’anno successivo.

 

Il mestiere di fonico richiede anche la capacità di interpretare i desideri dei clienti e tradurli in soluzioni efficaci. L’impostazione del corso è di tipo strettamente tecnico o si affrontano anche temi legati alla gestione delle relazioni con musicisti e produttori?

Durante gli anni successivi al primo pre-accademico, il lavoro pratico si fa molto più intenso. Prevediamo sessioni di registrazione con i laboratori di musicisti del Saint Louis dove i ragazzi sono direttamente coinvolti come tecnici sia in sala che in regia, uno stage per il lavoro dal vivo, dove i ragazzi fanno, tra le altre cose, anche da backliners dei musicisti. Alcuni di loro sono anche coinvolti nelle altre attività della scuola ed entrano in contatto con grandi musicisti, maestri, produttori. Cerchiamo di avvicinare il più possibile l’ambiente protetto dell’insegnamento al mondo del lavoro vero, con l’ottimo risultato che una altissima percentuale dei nostri ragazzi diplomati supera brillantemente i colloqui e lavora già l’anno successivo al diploma.

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Raccontaci di BlackBackCalico Records, magari partendo dalle ragioni che ti hanno portato a scegliere questo nome che, indubbiamente, incuriosisce.

L’altra sera, parlavo con un artista americano che mi raccontava di aver registrato il suo ultimo disco ai Black Dog Studios di Atlanta. Alla sua domanda sul significato del nome dello studio, la risposta fornitagli era stata fin troppo semplice, il proprietario aveva un cane nero.

I gatti sono il mio pallino. Fino a poco tempo fa, ne avevo due: una dal mantello nero, e una dal mantello tartarugato. Continuavo a pensare ad un nome di respiro internazionale per questo progetto che stava nascendo. Come sempre, per caso, venne fuori questo scioglilingua che non parla d’altro che di gatti.

Black e Calico sono il nero e il tartarugato, il resto è venuto da sé.

BlackBackCalico Records nasce nell’aprile del 2012 con l’intento di realizzare i sogni di giovani artisti conosciuti e apprezzati nel corso di questi ultimi anni e di condurre tutti gli aspetti della vita dell’artista. Si va dalla produzione del disco, al management, alla promozione ai concerti con una attenzione e una cura ormai praticamente dimenticate dal mondo della musica indipendente.

 

Come hai gestito la produzione Taking Care l’album di Livia Ferri?

Conoscevo Livia da diverso tempo prima dell’avvio della produzione di Taking Care, avevo registrato i provini di molti dei brani ora contenuti nell’album. Avevo intuito un grandissimo talento in lei e sapevo che stava incontrando delle difficoltà insormontabili nella ricerca di una produzione. Quando le ho chiesto se le pareva un’idea accettabile scommettere su una produzione appena nata, su un’esperienza ancora da fare, un nome ancora da costruire, ma molta passione e molto amore, lei ha accettato.

Abbiamo iniziato le registrazioni in agosto. Avevo uno studio mobile che continuavo a montare e smontare completamente a seconda della location in cui decidevamo di registrare. Ho posizionato microfoni nei posti più impensabili, in barba a tutte le tecniche tradizionali, seguendo solo il principio per cui se qualcosa suonava bene era giusto così. È stato tutto molto divertente, rumoroso e assolutamente anticonvenzionale. I brani già composti hanno assunto la veste adeguata al disco. Alcuni brani nuovi sono stati scritti e ultimati proprio durante la produzione. Io, Livia e i musicisti abbiamo lavorato fino all’esaurimento. Il risultato di questi sforzi è Taking Care uscito nel novembre 2012.

 

Quali sono i progetti che stanno per arrivare?

La BlackBackCalico Records sta crescendo a poco a poco, ed io con lei sto acquisendo delle esperienze che non potevo immaginare fino a poco tempo fa. Intendo allargare la famiglia di artisti e collaborazioni per poter portare avanti la mia idea di produrre e curare musica indipendente di grande qualità, sperando che la strada diventi meno difficoltosa di questo inizio.

Il mio sogno è che, un giorno, questa etichetta sia un punto di riferimento tra i nomi della musica indipendente prodotta in Italia.

 

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