KORG ARP Odyssey. Impressioni d’uso

Written by Enrico Cosimi on . Posted in Gear

Dopo aver sviscerato il funzionamento della macchina vintage, dopo aver analizzato le peculiarità che rendono il nuovo Odyssey by KORG uno strumento desiderabile, è il momento di ragionare con i cinque sensi sull’apparecchio, cercando di placare la GAS ove possibile.

Di Enrico Cosimi

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Il punto più critico della nuova realizzazione è la dimensione ridotta allo 86% dell’originale: per quanto la tecnica tastieristica sia oggi assai meno diffusa (in giro, gli emuli validi di George Duke, Patrizio Fariselli, Herbie Hancock, Tom Coster sono assai meno di quanto si possa credere…), l’impatto è forte e può rappresentare un freno significativo per un’ampia fascia di utenza.

Premesso che, ne parlavamo la volta scorsa, la tastiera del nuovo Odyssey è più comoda (leggi, meno scomoda) delle mini tastiere già adottate da MicroKORG, MicroBrute, MS-20mini e compagnia bella, la sagoma dei tasti neri, priva di arrotondamento, garantisce una minimo in più di sicurezza durante i fraseggi, facendo evitare al musicista le più imbarazzanti cadute e perdite di controllo. Non è una tastiera sulla quale suonare Liszt (forse, neppure Couperin…), ma si può fare.

 

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Il vantaggio della riduzione di dimensioni è duplice: da una parte, c’è un risparmio nell’ingegnerizzazione della panel board, dall’altra – per il musicista – è più facile andare in giro con l’apparecchio in un mondo popolato di compagnie aeree non necessariamente amichevoli verso i musicisti. Con il nostro Odyssey, in queste settimane abbiamo girato lo Stivale in lungo e in largo senza subire angherie aereoportuali e senza perdere l’uso dei tendini per spostare lo strumento. Scusate se è poco.

Forse, ma stiamo per entrare in un altro argomento, potrebbe essere più seccante la ferrea limitazione imposta all’implementazione MIDI: in trasmissione come in ricezione (lo avevamo già visto per le tre riedizioni del KORG MS-20), si prendono in considerazione solo le note MIDI comprese nelle tre ottave fisiche di tastiera. Passi per la trasposizione, passi per la mancanza di key velocity e aftertouch (non sarebbero comunque implementate nella struttura di sintesi, a meno di non sconvolgerla drasticamente…), ma ciò di cui si sente oggettivamente la mancanza è la gestione del Pitch Bend. Non ci sarebbe dispiaciuto, da questo punto di vista, un banale meccanismo di sensibilizzazione impostabile al semitono, al tono, alla terza minore e maggiore, alla quarta, alla quinta e all’ottava. (Come al solito, la modestia di desideri porta alla felicità…).

 

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Il suono

Chi scrive, ne parlavamo in precedenza, ha avuto tre ARP Odyssey in periodi diversi ormai storicizzati; per tre volte, ha subito l’irresistibile fascino timbrico dell’apparecchio, per tre volte si è dovuto lamentare della mancata disabilitazione sulla bifonia, della sottile (ma non troppo sottile) diafonia sul circuito di amplificazione, della curiosa implementazione delle uscite su diverso livello audio, della mancanza di piedaggi d’intonazione facilmente gestibili. Qui è esattamente la stessa cosa.

Senza girarci tanto attorno: lo strumento sarà anche targato KORG, ma è un ARP Odyssey fino all’ultima molecola, sia timbricamente che funzionalmente parlando. Prendere o lasciare.

Del resto, non è che i chitarristi si lamentino della mancanza di Kahler sulla Telecaster o che i pianisti rimpiangono la mancanza del bebung sulla loro tastiera…

Torniamo al suono: femminile, penetrante, aggressivo, gonfio a seconda del tipo di filtro selezionato e – cortesia della nuova revisione – dell’inserimento o meno per lo stadio di Drive. La possibilità di lavorare con un solo oscillatore è significativa per ottenere suoni assai diversi dallo standard statunitense tutto testosterone; la differenza timbrica, comportamentale, tra onda dente di sega e impulsiva a simmetria variabile balza agli occhi (e alle orecchie) anche giocando con minimi aggiustamenti sotto ADSR o sotto altra modulazione. Allo stesso modo, l’implementazione di pannello facilita lo smanettamento durante l’esecuzione. l’interazione tra Sample & Hold e frequenza di taglio può essere resa ritmica in maniera inesorabile attraverso meccanismo di Auto Repeat. Purtroppo, è un vero peccato, non è possibile far avanzare il Sample & Hold tanto sotto Keyboard Gate interno quanto sotto Gate Input… non ci sarebbe dispiaciuto vedere accoppiate in OR le due sorgenti di articolazione.

 

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Su strada

Odyssey, da sempre, è una macchina da assoli: superata la perplessità dovuta alla ridotta dimensione di tastiera, à facil ritrovare intatta questa vocazione solista nella nuova implementazione targata KORG. Si può discutere (e lo si farà a lungo) sui pregi e difetti del meccanismo PPC, Proportional Pitch Control, con la suddivisione in Bend Up, Bend Down e Modulation distribuiti sui tre sordi tastoni gommosi (personalmente, preferiamo il Bend Potentiometer delle due versioni precedenti), ma volendo largheggiare in gomitate, si può comunque fraseggiare e inflettere, e modulare durante l’esecuzione. Attenzione! La LFO Modulation è applicata alla sola intonazione degli oscillatori, non alla frequenzadi taglio del filtro: se volete fraseggiare con il filtro auto oscillante in full sine mode, dovrete farlo vibrare ricorrendo allo slider di LFO Sine Modulation previsto nelle sue vicinanze.

Un’altra peculiarità interessante è l’interpretazione del comportamento di Sustain: nei vecchi Odyssey, il Sustain Level non viene aggiornato una volta impegnata la tensione di Nota On. Se il livello di Sustain viene portato a zero. a nota premuta, e successivamente viene rialzato al massimo, la frequenza di taglio eventualmente ad esso collegata non risale con la riapertura automatica di filtraggio (come buona creanza vorrebbe). Nella nuova versione, il comportamento è apparentemente rispettato, ma avendo pazienza e fede, si può ottenere una lentissima risalita del livello di Sustain che può coprire diversi minuti. Può avere senso espressivo? Può essere utilizzato in maniera proficua durante la performance? Dipende dal genere musicale e dal tipo di avventura timbrica che il musicista decide di intraprendere.

 

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Ancora: le capacità di brutalizzare il segnale distorcendolo grazie al prelievo Phones Out in External Input apre un mondo di sonorità aggressive, industriali, caotiche, che risentono parecchio della regolazione di Cutoff/Resonance; non è il Brute Factor di Arturia, ma ci va molto vicino.

Anche l’implementazione furbetta di multiple trigger/single trigger (basta collegare il Gate Out con il Trig In) permette di emulare articolazioni da tipico monofonico “frenato” o di smettere una raffica di ribattute con o senza bifonia.

In conclusione: le dimensioni non contano. 😉

La prossima – e ultima – volta, ascolteremo qualcosa.

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