Quattro chiacchiere con Alessandro Ielo

Written by simonquasar on . Posted in Neuköln

Negli studi della Rockhaus di Berlino abbiamo incontrato Alessandro Ielo, fonico di vecchia data degli Uochi Toki nonché tecnico del suono per emittenti radio quando ancora viveva sul territorio italiano. Nella capitale tedesca è ora occupato con i livelli sonori dei famosi club e come produttore in un progetto a due – Effter – che sta già per toccare il traguardo del secondo album. Certi che non si sia fatto mancare nulla dello scenario musicale da una decina d’anni a questa parte abbiamo portato un paio di birre (come di consuetudine d’oltralpe) e lo abbiamo fatto parlare!

di simonquasar

Come fonico hai già maturato esperienza in molte situazioni, che tipo di percorso consiglieresti per chi vuole iniziare la tua professione?

Ho iniziato già a 15 anni alle scuole superiori e mi occupavo delle musiche per il teatro, venivo guidato dal professore che mi consigliò anche quale tipo di CD ascoltare e quindi mi sono creato anche una certa consapevolezza nel rapporto tra suono e immagine. Negli anni successivi facevo il DJ Hip Hop e ho conosciuto i Uochi Toki, ai quali mi sono agganciato poi nei loro primi concerti come tecnico e la passione è venuta da sé, così ho finito la scuola da geometra e mi sono iscritto a una scuola privata per diventare fonico. Ho avuto degli ottimi input teorici, cose che sicuramente puoi trovare anche su internet, ma in quanto autodidatta impiegheresti il triplo del tempo per acquisire le nozioni necessarie, per non parlare del fatto che hai sotto mano da subito le macchine e gli strumenti che normalmente da ventenne non trovi in casa. Cosa non indifferente per un lavoro che si basa su molta pratica. La cosa che ho apprezzato è che il primo mese è di orientamento, nel senso che ti fanno capire il ritmo di studio da tenere e quanto tu possa essere in grado di impegnarti in ciò. E’ chiaro che un istituto ti dà una base, ma la passione è imprescindibile, non serve avere alla fine il “pezzo di carta da far vedere” perché quando ti trovi undici ore dietro ai settaggi di un festival poi va da sé che non è la scuola a prepararti in questo senso, ma è il tuo impegno personale a fare tutto.

Dopo la scuola sei arrivato alla radio…

Sì ho lavorato quattro anni in radio, il posto di lavoro mi è arrivato uscendo dalla scuola perchè cercavano un operatore Pro Tools, quindi non ho fatto la gavetta come assistente o partendo da zero perché era un ruolo nuovo e una figura professionale ben definita. Ciò ha comportato che mi trovassi da subito con persone e musicisti di alto livello come Massimo Luca ed è stata un’esperienza molto edificante perché impari che oltre a lavorare con le macchine lavori – e devi quindi relazionarti – con altre persone: nella vita dello studio si crea un team che deve affrontare risoluzione dei problemi oltre che affinare un’idea in senso musicale. E’ chiaro quindi che le macchine, in questo senso, non possono essere il tuo esclusivo bagaglio d’esperienza.

Poi hai viaggiato in tour con i Uochi Toki e hai fatto delle interessanti esperienze all’estero, come ti sei trovato nella vita dei live?

Il tour con loro (e con gli Inferior) è stato molto sperimentale, c’erano sette date in Germania e in quell’occasione l’ho scoperta anche come terra del desiderio. Non c’erano backline o stage manager, quindi non si parla di tour ad alto livello, a tutti gli effetti erano due camper che giravano tra Berlino, Rostock e Potsdam! Dell’est mi è piaciuto molto il fattore urbano oltre che quello umano. A livello tecnico ci trovavamo in squat o centri sociali, ma il pubblico qui era in qualche modo più ricettivo rispetto a quello italiano, nonostante i testi fossero in un’altra lingua. Per la radio ho lavorato a Duisburg in occasione dei mondiali del 2006 e in Cina per le Olimpiadi di Pechino del 2008. In queste occasioni ogni paese ha delle case con relativi stand e artisti diciamo nazionali. Il mix “all’italiana” tende ad avere la voce fuori e una particolare attenzione ai panoramici per dare l’idea di avere un ampio pubblico. Ciò comporta una costante attenzione sulla fase del segnale. La cosa strana che trovo qui a Berlino è il fatto che non si danno limiti ai dB, se gli chiedo a quanto posso stare mi rispondono “mah non più di 105 db FoH”: livelli che in un club ammazzano la gente.

Vengono in mente le Loudness War…

E’ un discorso che parte dagli anni ‘90 e dall’influenza delle major. Io sono totalmente contro le Loudness War, la dinamica viene azzerata e tutto rischia di suonare più o meno uguale. Ora però il fenomeno sembra che si stia mitigando anche grazie alla moltitudine di produzioni indipendenti.

Quali altri errori riscontri spesso?

L’errore più comune sta proprio nella band che non sa suonare, quindi arriva l’amico che mi dice “ma la chitarra è bassa” si è bassa perché è scordata/fuori tempo/non si capisce niente… gli sto facendo praticamente un favore a tenerla bassa! Il problema fondamentale è che il fonico è l’ultimo anello di una catena che parte dall’arrangiamento musicale e da un’esecuzione valida. Se una delle due cose non funziona non si può fare molto. Mi viene anche in mente l’esempio di un batterista che si lamenta di un rullante perchè non ha il polso essendosi allenato con i pad mentre il batterista successivo sullo stesso rullante ti suona un groove perfetto, è il musicista che deve saper suonare. Premesso ciò, ad artisti di livello più avanzato puoi sicuramente consigliare di abbassare le alte per ottenere una sonorità complessiva più cupa eccetera, mentre con i professionisti sono cose che ovviamente tieni per te.

E le differenze che hai riscontrato nel tuo lavoro tra la Germania e l’Italia?

Qui troviamo uno standard “inglese” che alza i livelli del mix, mentre in Italia si spinge molto sulla voce e sul relativo riverbero, c’è un’idea di fondo che la musica sia il cantante, idea che viene alimentata dal fenomeno dei talent show degli ultimi anni. E’ vero che per esempio l’Hip Hop fa sua la voce per l’espressione del genere, perché é basato su un messaggio, ma più in generale preferisco partire dall’idea che stiamo facendo musica, quindi l’intera struttura deve poter stare in piedi e il cantante è da considerarsi come uno degli “strumenti” del gruppo.

Con i nuovi canali di distribuzione popolari quali YouTube si ottiene spesso un forte taglio qualitativo nelle tracce, come mai questo schiaffo in faccia all’HiFi?

Se una traccia funziona, funziona. In questo caso non é il suono, é l’idea che arriva all’ascoltatore. E’ certo che ascoltare della Dubstep dalle casse del pc sia praticamente impossibile, peró ci si puó sempre rendere conto della direzione che vuole prendere il brano. Puoi ascoltarti il disco piuttosto che scaricare legalmente l’Mp3, se te ne intendi e hai un orecchio allenato senti la differenza peró con quest ́ultimo a volte mi trovo in imbarazzo, soprattutto quando viene distribuito a 128 kpbs. Ma é anche vero che se si prende l’Mp3 come mezzo di promozione é veloce, pratico e non é certo paragonabile con la (im)portabilitá che potrebbe avere un intero album in formato Wave!

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